Cecilia Sala racconta l'incubo di Evin: «Bendata, mi mostrarono la gru delle impiccagioni»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La giornalista Cecilia Sala, trattenuta in Iran lo scorso dicembre, ricostruisce con il Corriere della Sera i drammatici momenti della sua prigionia nel carcere di Evin, esperienza che confluisce nel suo nuovo libro ‘I figli dell’odio?’. Tutto ebbe inizio il 19 dicembre, quando, mentre registava un podcast per Chora, la serenità della sua stanza d'albergo fu lacerata da colpi insistenti alla porta. «Un pasdaran con cui avevo appuntamento», racconta, «mi aveva appena annullato l'incontro citando lo smog eccessivo; intuii che qualcosa non tornava». Dopo aver inizialmente rifiutato di aprire, cedette alle insistenze. Quella che si parò davanti a lei, però, non era il personale di servizio, bensì la fine brusca della sua normalità. «Mi presero i soldi, il passaporto, il telefonino. Mi calarono un cappuccio sulla testa e mi portarono via», descrive, segnando l'istante preciso in cui il mondo conosciuto svanì.

La procedura di umiliazione e pressione psicologica, del resto, è un meccanismo collaudato. «Ti spogliano», spiega la Sala, riferendosi alla deprivazione della privacy e dell'identità che attende i prigionieri. «Devi fare il solito squat nuda. Sul pavimento, sotto il metal detector, sono dipinte le bandiere americana e israeliana, che sei costretta a calpestare», un gesto simbolico imposto per spezzare ogni residua resistenza e umiliare profondamente il detenuto. È in questo clima di totale assoggettamento che avviene l'episodio più terrificante.

Condotta fuori dalla cella, bendata e aggrappata a un bastone per non inciampare, la giornalista fu condotta in un luogo la cui natura le fu rivelata solo al momento cruciale. «Mi tolsero la benda e il cappuccio per farmi vedere una gru: “È quello che facciamo alle spie”», le dissero. Quella visione, studiata per infondere il terrore più assoluto, provocò in lei un attacco di panico. «È tutto studiato per spezzarti», afferma, «e ottenere da te quello che vogliono». La strategia carceraria iraniana, infatti, non punta solo alla reclusione fisica ma all'annichilimento psicologico dell'individuo.

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