Iran, il regime accelera la repressione: migliaia di morti e impiccagioni per le strade
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Redazione Esteri
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Mentre la notizia della condanna a morte di Erfan Soltani, attivista curdo di ventisei anni, scuote l'opinione pubblica internazionale, le autorità di Teheran continuano a perseguire una strategia di terrore sistematico, che ha già causato, secondo fonti interne al regime, un numero di vittime compreso tra le duemila e le tremila unità. Il giovane, arrestato durante le recenti sollevazioni popolari, rischia di essere impiccato entro la prossima sera di mercoledì, secondo una macabra consuetudine che vede le esecuzioni capitali consumarsi all'alba, spesso mediante l'utilizzo di gru posizionate in luoghi pubblici per massimizzare l'effetto intimidatorio sulla popolazione. Una pratica, questa, che trasforma le piazze in teatri della sofferenza e che sembra voler marchiare a fuoco, nella memoria collettiva, il prezzo della dissidenza.
Il lutto che attraversa il Mediterraneo
La repressione, che non risparmia nessuna delle minoranze etniche del paese, ha ormai varcato i confini nazionali, toccando da vicino anche realtà lontane. È il caso dell'Università di Messina, dove fino a due anni fa studiava Yassin Mirzaei, ucciso a Dareh Deraz all'inizio di gennaio mentre partecipava alle proteste. Il ragazzo, originario di Kermanshah, nella regione curda, si era specializzato in Scienze geofisiche per il rischio sismico prima di fare ritorno in patria, un percorso di formazione interrotto brutalmente dalla violenza delle forze di sicurezza. L'ateneo siciliano ha pubblicamente espresso il proprio cordoglio, sottolineando l'angoscia palpabile tra gli studenti iraniani che, in questi giorni, faticano persino a ottenere notizie certe dalle proprie famiglie a causa del ferreo blackout informativo imposto dalle autorità.
Il muro di silenzio e le voci che lo sfondano
Proprio l'oscuramento quasi totale di internet, attivo dall'8 gennaio, rappresenta uno degli ostacoli maggiori per ricostruire una cronaca precisa degli avvenimenti. Nonostante la censura, attraverso canali social e reti di attivisti continuano a filtrare frammenti di verità: video, immagini e testimonianze che, sebbene di difficile verifica, dipingono un quadro di resistenza civile e di una repressione spietata condotta anche con l'ausilio di cecchini. Come conferma una analista politica iraniana, che per ovvi motivi di sicurezza preferisce mantenere l'anonato, la natura delle proteste è radicalmente mutata rispetto al passato. "Dal 2022", spiega la studiosa, "la caduta del regime è il nodo centrale delle rivolte", segnando una frattura definitiva e una richiesta di cambiamento che non si accontenta più di mere riforme.
Una lista di condanne che si allunga
Il caso di Erfan Soltani, pur nella sua tragicità, non è che il primo di una lista che si preannuncia lunga e che riguarda numerosi altri attivisti attualmente detenuti in attesa di giudizio. Le esecuzioni pubbliche, unitamente all'uso della forza letale per disperdere le manifestazioni, configurano una risposta statuale che punta deliberatamente a stroncare sul nascere qualsiasi forma di dissenso, in particolare nelle province abitate da minoranze come quella curda, tradizionalmente più esposte a persecuzioni. Il sangue versato lungo i viali delle città iraniane, che sia quello di un ex studente formatosi in Italia o di un giovane curdo di Fardis, disegna una geografia della sofferenza che il regime cerca invano di nascondere dietro un silenzio imposto con la forza.




