Iran, il boia silenzioso mentre Trump trattava: 1.639 impiccagioni nel 2025

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la diplomazia internazionale, con i suoi alti e bassi tipici di una regione da sempre instabile come il Medio Oriente, tornava a occupare le prime pagine di tutti i giornali – complice il dietrofront di Donald Trump che, da presidente degli Stati Uniti ormai da oltre un anno, ha prima lanciato un ultimatum e poi contribuito a una parziale tregua tra Israele e lo stesso Iran –, dentro i confini della Repubblica islamica accadeva qualcosa di profondamente diverso. L’attenzione globale, concentrata sullo Stretto di Hormuz e sulle parole del leader americano, ha finito per oscurare un massacro silenzioso ma sistematico: quello degli oppositori interni, dei dissidenti, dei prigionieri comuni e, in misura crescente, delle donne.

Il numero che sconvolge: più di quattro giustiziati al giorno

Secondo il rapporto annuale diffuso dall’organizzazione norvegese 'Iran Human Rights' (Ihr) e dalla parigina 'Ensemble contre la peine de mort' (Ecpm), il regime degli Ayatollah ha portato al patibolo almeno 1.639 persone nel solo 2025. Si tratta, spiegano le due ong che dal 2008 tengono una contabilità indipendente delle esecuzioni capitali, del dato più alto mai registrato dal 1989. Per dare un’idea della brutalità del fenomeno, basta considerare che si parla di una media di oltre quattro impiccagioni al giorno, con un incremento del 68 per cento rispetto al 2024, quando le vittime furono 975. Tra queste, 48 sono donne, un numero che testimonia l’allargamento del raggio d’azione della giustizia sommaria anche verso chi, fino a qualche anno fa, sembrava godere di una parvenza di protezione.

Bita Hemmati, il primo caso di condanna a morte per una donna manifestante

Tra i nomi che emergono da questo stillicidio di sentenze capitali, spicca quello di Bita Hemmati: è lei, secondo le ricostruzioni delle associazioni per i diritti umani, la prima donna manifestante condannata a morte in Iran. Insieme a lei, il marito Mohammadreza Majidi-Asl, Behrouz Zamaninejad e Kourosh Zamaninejad sono stati arrestati durante le proteste dello scorso gennaio e ora attendono la stessa sorte. La loro colpa, a giudicare dalle accuse formulate dal tribunale rivoluzionario, sarebbe aver preso parte a quelle manifestazioni che, ormai da tempo, il regime considera alla stregua di un’insurrezione armata. Non si conoscono i dettagli delle udienze, né le prove addotte, perché il sistema giudiziario iraniano, come spesso accade in questi casi, opera dietro una cortina di segretezza che rende quasi impossibile qualsiasi controllo esterno.

La guerra come carburante per il boia

Le stesse organizzazioni che hanno stilato il rapporto – Ihr e Ecpm – non nascondono un’analisi agghiacciante: il ricorso alla pena capitale potrebbe aumentare ulteriormente in conseguenza del conflitto con Israele e, per estensione, con gli Stati Uniti. In altre parole, mentre il mondo sperava che la tregua parziale potesse aprire una stagione di distensione, Teheran sembra aver interpretato la crisi internazionale come un lasciapassare per intensificare le esecuzioni. Nessuna voce ufficiale, né dal ministero della Giustizia né dalla magistratura iraniana, ha commentato i numeri del rapporto. E nessuna controinchiesta indipendente è stata finora autorizzata. Restano i fatti: 1.639 impiccagioni in dodici mesi, una media che non si vedeva dai tempi delle purghe successive alla guerra Iran-Iraq. E la sensazione, per chi segue da anni queste dinamiche, è che il boia non abbia alcuna intenzione di fermarsi.

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