Migliaia per l’addio a Zanardi, don Pozza: «È un patrimonio per tutti»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La macchina organizzativa, a Padova, si è messa in moto fin dalle prime ore del mattino; e non è un caso che il Gabinetto del sindaco, in stretta collaborazione con la Prefettura, abbia lavorato senza sosta per gestire un flusso che prometteva numeri da grande evento. L’obiettivo, va detto, era duplice: coordinare l’accesso alla Basilica di Santa Giustina, la cui piazza – la più grande d’Europa, come amano ricordare i locali – si preparava a riceverli, e al contempo evitare quelle situazioni di stallo che, in occasioni simili, finiscono per soffocare il quartiere. Non è la prima volta, del resto, che questo luogo sacro si trova a fare i conti con un afflusso straordinario di popolo: vi si sono celebrati, negli scorsi anni, i funerali di Giulia Cecchettin e quelli di Stato per i carabinieri caduti nella strage di Castel d’Azzano. Stavolta al centro del rito c’è Alex Zanardi, l’ex pilota capace di reinventarsi dopo l’incidente che gli portò via le gambe, e la folla – si contano già diverse migliaia di persone – è lì per restituire un abbraccio collettivo.

L’handbike come estensione del il progetto Dallara

C’è però un oggetto, tra quelli che hanno accompagnato la parabola pubblica del campione, che merita un racconto a sé. Non era semplicemente una protesi tecnologica, quella handbike dalla quale Zanardi non si separava mai, bensì una concezione tutta nuova di affrontare la fatica e trasformarla in slancio. Si chiama Zeta Bike, frutto della collaborazione con Dallara, azienda che di mestiere costruisce telai, studia l’aerodinamica e lavora i materiali compositi per il motorsport. In una versione presentata nel 2020, il peso rasentava gli 8 chili, con un’altezza da terra di appena 45 centimetri; il costo, per chi volesse una copia, si aggirava attorno ai diecimila euro. Non è difficile scorgere, in quelle specifiche tecniche, l’ossessione per la performance che ha sempre guidato Zanardi. E non è retorica, a ben guardare, parlare di abitacolo di Formula 1 applicato a un mezzo che sulla carta sarebbe solo “per disabili”. Lui ne aveva fatto un fiore all’occhiello, una dichiarazione di guerra alla gravità.

Daniela e Niccolò, la cordata silenziosa

Accanto a quel ridisegnato dai carboni e dalle ruote, c’erano però due presenze costanti, ben poco appariscenti ma mai venute meno. La moglie Daniela Manni, conosciuta alla fine degli anni Ottanta quando lui aveva 23 anni e un volante di Formula 3 ancora tra le mani, lei un anno più grande e un lavoro in una scuderia; un amore sbocciato lontano dai riflettori, suggellato dal matrimonio nel 1996. Due anni dopo arrivò Niccolò, l’unico figlio, che ha sempre scelto di stare defilato ma non assente. Nessuna dichiarazione roboante, nessuna foto patinata: i due hanno semplicemente accompagnato Zanardi nei suoi anni di trionfi, sofferenze e rinascite, senza mai trasformare la loro vicinanza in uno spettacolo. E così sono stati lì anche in basilica, a fianco di quella bara che molti, forse, facevano fatica a immaginare ferma.

Vecchioni e Guccini: una canzone per insegnare a volare

A completare il ritratto di un’assenza che diventa presenza, arriva la nota di una canzone. Roberto Vecchioni, in duetto con Francesco Guccini, scrisse nel 2018 “Ti insegnerò a volare (Alex)”, un pezzo che non è mai voluto essere un’agiografia, ma semmai un inno alla forza di volontà e alla capacità – tutta zanardiana – di tirarsi su da ogni baratro. Il campione, va ricordato, non aveva bisogno di eroismi di plastica. Quel testo, con il suo titolo che è già un programma, racconta meglio di tanti editoriali la sostanza di un uomo che ha fatto della resilienza una pratica quotidiana, quasi noiosa. E forse è proprio per questo che migliaia di persone hanno scelto di fare la fila sotto il sole di Padova: non per salutare un mito, ma per restituire un frammento di quello che lui, senza mai predicare, ha regalato loro.

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