Zanardi, don Pozza: “Quella lezione all’autogrill di Montefeltro e una vita come dono”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Migliaia di persone hanno gremito stamattina la basilica di Santa Giustina a Padova, resa ancora più austera dalla pioggia che batteva su Prato della Valle, per l’ultimo saluto ad Alex Zanardi. Il campione, scomparso il 1° maggio all’età di 59 anni, è stato ricordato in un’omelia che don Marco Pozza – il cappellano del carcere di Padova, noto per la sua scrittura asciutta e profonda – ha voluto costruire attorno a un’immagine volutamente minuta, quasi banale, e per questo potentissima: un autogrill. “E’ l’Autogrill che più adoro: Montefeltro Ovest, A14, Bologna-Taranto”, ha esordito il sacerdote, descrivendolo come un “condensatore di relax, di relazioni” dalla “architettura di cortesia, rosso Ferrari”. Un luogo di passaggio, eppure capace di invitare alla sosta. Di quell’attimo, accaduto dieci anni fa, don Pozza ha detto di ricordare “i minimi dettagli: un Bufalino, tre rustichelle, due Coca Zero, tre bottiglie d’acqua”. Una lista quasi absurdamente precisa, che serviva a inchiodare l’attenzione su una verità più grande: Zanardi, anche nella sua assenza, continuava a insegnare l’arte di fermarsi.

L’incontro dimenticato e la lezione silenziosa

Proprio in quella sosta forzata, lontana dai riflettori e dai traguardi, don Pozza ha individuato il nucleo della testimonianza lasciata dall’atleta. Non c’è stato bisogno di citare le sue imprese in pista o quelle su quattro ruote dopo l’amputazione delle gambe; il parroco ha preferito puntare il dito su un dettaglio relazionale sottile. “Di quell’attimo – ha ripetuto – ricordo i minimi dettagli”, come se la grandezza di una persona si misurasse proprio lì, nello spazio angusto di un’area di servizio, tra un panino e una bottiglia di plastica. La folla, assiepata anche fuori sotto la pioggia, ha ascoltato in silenzio mentre dentro la basilica oltre duemila persone – tra cui il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e il campione di sci Alberto Tomba – seguivano la celebrazione. Tomba, intervenuto brevemente all’uscita, lo ha definito senza enfasi “un grande, un mio compaesano”, sottolineando con quella semplicità l’orgoglio di chi condivide una terra, ma non solo: anche una certa idea di orgogliosa umiltà.

Il feretro, la folla e la pioggia: riti di una commozione privata

Il feretro con la bara bianca è arrivato puntuale alle 11:00, scortato da uno schieramento silenzioso di parenti e amici. Accanto al legno chiaro camminavano la moglie Daniela e il figlio Niccolò, che hanno più volte salutato con le mani giunte, in un gesto che non chiedeva nulla e restituiva tutto, la marea di persone accorse nonostante il maltempo. Dentro la basilica, già piena fin dalle 9:00, sedevano anche atleti, rappresentanti istituzionali e gente comune: nessuna distinzione, se non quella di avere incrociato, anche solo per un secondo, la traiettoria di un uomo che aveva fatto della mancanza una misura dell’abbondanza. Luca Zaia, prima dell’ingresso in chiesa, ha raccontato un episodio recente e poco noto: “L’ultima volta che ho incontrato Alex Zanardi è stata a Venezia, in un’iniziativa promossa da imprenditori veneti per costruire dei pozzi in una scuola del Sud Sudan”. Un progetto lontano mille miglia dalle corse, eppure così coerente con il resto della sua esistenza.

Una vita come dono, senza retorica

Don Pozza ha concluso la sua omelia senza concessioni al patetismo, ribaltando ancora una volta la prospettiva: non una vita spezzata, ma “una vita come dono”. E ha saputo farlo usando ancora l’immagine dell’autogrill, quel luogo anonimo dove nessuno si aspetta una lezione e dove, invece, lui l’aveva ricevuta dieci anni prima. Fuori, la pioggia ha continuato a cadere su Prato della Valle, mescolandosi al vociare sommesso e ai passi che si allontanavano. La bara bianca è scomparsa all’interno della basilica per l’ultima volta, lasciando dietro di sé non un vuoto rumoroso, ma il ricordo preciso di un Bufalino, tre rustichelle e due Coca Zero: cioè, la traccia indelebile di un uomo che aveva fatto della leggerezza il suo modo più serio di stare al mondo.

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