L’addio di Polonara, il Corpo che dice basta e quella lezione (senza retorica) che incontra Zanardi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è una sottile, potentissima linea rossa che lega la scomparsa di Alex Zanardi – avvenuta ormai qualche giorno fa – al ritiro dal basket giocato di Achille Polonara, annunciato a sorpresa (persino la moglie, ha confessato lui, non ne sapeva nulla) nella serata di lunedì. Due storie che, a un primo sguardo superficiale, sembrerebbero opposte: da una parte l’uomo che ha perso le gambe e ha continuato a vincere, trasformando il limite in una formula di potenza inaudita; dall’altra il campione di 34 anni, uscito da una leucemia mieloide acuta e da un coma di dieci giorni, che getta la spugna e rinuncia al sogno di rimettersi in gioco sotto canestro.

E invece, leggendo le parole di Polonara – «ci ho provato, ma non sarò più il giocatore di prima» – si scopre che la lezione è la stessa, sebbene declinata con esiti diversi. Dove finisce la retorica del "guerriero" (etichetta che quasi tutti i malati detestano, come giustamente ricordato da più parti), inizia la dignità di chi accetta il proprio corpo. Polonara, dopo aver ripreso a palleggiare ad Avellino a fine marzo, si è accorto di non riuscire più a eseguire le cose basilari: non aveva sensibilità alla mano destra, sembrava un bambino alle prime armi. Ha scelto di fermarsi. Non per sconfitta, ma per un atto di lucidità rarissimo: «Voglio che mi ricordiate per quel che ero», ha scritto sul suo profilo social.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, quindi, non c’è stata una "resa" di fronte alla malattia, ma una presa d’atto del limite. Una consapevolezza che accomuna il grande campione di handbike – che ha corso per anni senza gambe – al leader della Nazionale: entrambi hanno saputo guardare in faccia la realtà. Se Zanardi ha moltiplicato le sue risorse interiori accettando la menomazione, Polonara ha deciso di non umiliare la propria storia e i propri tifosi scendendo in campo da comparsa. L’ex virtussino (ricordiamolo, scudetto vinto con la Virtus Bologna nel 2025) ha spiegato che ostinarsi a voler tornare a tutti i costi avrebbe significato mettere a rischio la sua stessa salute e, aggiungiamo noi, tradire l’immagine di quel "Polonair" che ha incantato l’Europa.

Il calvario e il coma

Il calvario di Achille Polonara era iniziato ufficialmente il 16 giugno 2025, quando gli venne diagnosticata una leucemia mieloide acuta. Dopo un trapianto di midollo osseo eseguito a settembre – reso possibile grazie alla compatibilità con una donatrice americana – le complicazioni post-operatorie lo hanno portato in coma per dieci giorni nell’ottobre dello stesso anno. Uscito da quel tunnel, c’era chi sognava il suo rientro in campo come una favola a lieto fine, quasi una rivalsa epica sulla sorte.

Polonara ci ha provato davvero. Ha sudato, si è allenato, ha cercato di forzare quel ritorno alla normalità. Ma il, a differenza di quanto vorrebbe la sceneggiatura hollywoodiana, non ha risposto. «Non vedevo progressi», ha raccontato in un’intervista, ammettendo che palleggiare diventava un’impresa titanica. È qui che il suo gesto assume una valenza pedagogica enorme, forse più grande di una vittoria in finale scudetto. Ha smesso perché il basket, per essere vissuto con la sua intensità, richiedeva prestazioni che la leucemia gli ha tolto per sempre.

Il futuro in panchina e l’addio social

L’annuncio, arrivato nella tarda serata di lunedì 4 maggio, ha spiazzato il mondo del basket. Un post su Instagram, scritto di getto, senza avvisare nemmeno i familiari più stretti: «Sono un ragazzo istintivo», sorride adesso Polonara. Nel messaggio d’addio, l’ala marchigiana non ha dimenticato nessuno: ha ringraziato i compagni, lo staff medico e, con una sportività che sa di sfida, anche quelli che lo hanno insultato sui social («siete stati la mia forza!!!!»).

Ma la vita di Polonara non si ferma al retropalombre. Se il non risponde più come atleta, la mente è già proiettata verso una nuova carriera. L’ex giocatore della Dinamo Sassari e del Baskonia ha infatti spiegato di star prendendo informazioni per diventare allenatore. Come mentalità, si sente vicino a Pozzecco (pur ammettendo che a volte esagera), mentre come stile sogna un approccio permissivo simile a quello di "Poeta". La Vuelle? «Mai dire mai in futuro», ha lasciato intendere, anche se per ora la priorità è studiare e capire come iscriversi al corso nazionale a Bormio.

L’esempio (non eroico) di una generazione

E così, nella stessa settimana, ci troviamo a fare i conti con due esempi di umanità autentica, lontani mille miglia dalla retorica del "vincere sempre". Zanardi ci ha insegnato cosa significa esplorare ogni angolo di possibilità dentro un limite fisico devastante; Polonara ci ricorda che a volte il gesto più coraggioso è alzare bandiera bianca, non per stanchezza, ma per amore verso ciò che si è stati.

«Non riuscivo a essere me stesso, è giusto che la gente ricordi il giocatore che ero prima della leucemia», ha ribadito. Questa frase, secca e senza autocommiserazione, è il sunto di una filosofia che dovrebbe far riflettere chiunque. Viviamo in un’epoca che esalta il superamento a tutti i costi, ma raramente premia la saggezza di chi dice "basta" quando il copione non è più alla propria altezza. Polonara lascia il parquet con tre scudetti (Baskonia, Fenerbahce e Virtus Bologna) e 94 presenze in Nazionale sulle spalle, ma soprattutto con la dignità intatta di chi non ha voluto inscenare un ritorno che sarebbe stato solo una pallida imitazione di sé stesso.

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