La lezione dei limiti
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Redazione Sport
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L’onda emotiva generata dalla scomparsa di Alex Zanardi, un uomo che aveva fatto della resilienza una ragione di vita trasformando una grave disabilità in una formidabile risorsa, si è intrecciata in questi giorni con un annuncio apparentemente opposto ma dal medesimo spessore umano. Achille Polonara, il campione di basket che ha appena sconfitto una leucemia mieloide acuta combattendola con la stessa determinazione che metteva sotto canestro, ha detto basta. L’ala della Nazionale ha annunciato il ritiro dal basket giocato, una decisione che a prima vista potrebbe sembrare una resa, specie se accostata alla figura di chi, come Zanardi, ha corso senza gambe. Eppure, in questa aparente divergenza di destini – l’uno strappato alla morte dopo l’incidente, l’altro che si auto-esclude dal parquet – affiora la medesima, identica verità: l’accettazione del proprio limite come chiave di volta per una vita autentica.
Il passo indietro di Polonara
Polonara ha scelto di lasciare il basket professionistico a 34 anni, usando pochi ma significativi frammenti di testo pubblicati sul proprio profilo Instagram. “Ci ho provato, riprendendo gli allenamenti individuali ma capisco che è ora di dire basta al basket giocato perché non sarò più il giocatore di prima e voglio che mi ricordiate per quel che ero!!”, ha scritto l’ex giocatore di Varese e Bologna, congedandosi con un semplice “Mi mancherai palla a spicchi”. La notizia, arrivata come un fulmine a ciel sereno tanto da spiazzare persino i suoi familiari più stretti, ha immediatamente acceso i riflettori su un percorso di riabilitazione che sembrava in salita già dai primi tentativi di rientro. Aveva ripreso a palleggiare ad Avellino, spinto dal desiderio di onorare la promessa fatta a se stesso e alla Dinamo Sassari, ma lo stop è maturato nel momento in cui si è reso conto che la sensibilità sulla mano destra non sarebbe più tornata quella dei tempi d’oro. Non riusciva a eseguire i movimenti basici, come palleggiare cambiando direzione, e in lui la consapevolezza è stata immediata: forzare il rientro non avrebbe restituito il campione che era stato, ma solo il suo fantasma.
La malattia e la rinascita mancata
Il calvario sanitario di Polonara è stato tra i più duri che lo sport italiano ricordi negli ultimi anni. Diagnosticata a giugno del 2025, la leucemia mieloide acuta lo ha costretto a un trapianto di midollo osseo il successivo 25 settembre, un’operazione che avrebbe dovuto salvargli la vita ma che lo ha portato a un passo dal baratro a causa di complicanze post-operatorie che lo hanno fatto finire in coma per alcuni giorni. “Non aveva più senso rischiare”, avrebbe dichiarato in seguito ai microfoni delle tv sportive, spiegando che a 34 anni, dopo aver superato due patologie oncologiche (ricordiamo il tumore ai testicoli del 2023), pretendere di competere ai massimi livelli sarebbe stato un atto di hybris. A differenza di quanto accaduto in passato, dove la narrazione sportiva tende a mitizzare l’atleta che “torna più forte di prima”, Polonara ha scelto la strada più silenziosa: ha preso atto che il ha parametri invalicabili e che la volontà, da sola, non può ricostruire le sinapsi danneggiate dalla chemioterapia.
Il futuro in panchina e il legame con Belinelli
Se il campo lo perde come protagonista, il basket italiano potrebbe ritrovarlo presto in un’altra veste. Polonara ha già annunciato che l’addio al gioco attivo non equivale a un allontanamento dalla palla a spicchi, anzi: ha rivelato di star prendendo informazioni per intraprendere la carriera da allenatore, con l’intenzione di frequentare i corsi tra la Campania (dove ha attualmente base) e Bormio. In queste settimane di transizione, l’abbraccio del mondo cestistico è stato caloroso ma non invadente, con un pensiero particolare che va a Marco Belinelli. Il capitano della Virtus Bologna, che con Polonara ha condiviso il lungo periodo di degenza e di coma, era solito presentarsi in ospedale quotidianamente per strappargli un sorriso, un gesto di lealtà che l’interessato ha ricambiato citandolo tra le persone più importanti di questo periodo drammatico. L’eredità che lascia non è fatta solo di scudetti vinti in giro per l’Europa (dalla Spagna alla Turchia passando per la Lituania) ma soprattutto di un modo paradossalmente “normale” di gestire la sofferenza. Ha ringraziato per messaggio anche chi lo insultava sui social, definendo quelle critiche una motivazione aggiuntiva. Se Zanardi ci ha insegnato a volare nonostante la carrozzina, Polonara ci ricorda che a volte la vera forza sta anche nel fermarsi, nel chiudere la porta del parquet senza sbatterla, e nel dire “ho dato tutto ciò che avevo” – niente di più, ma sicuramente niente di meno.




