Bossetti a "Belve Crime": «Il mio dna sulle mutandine di Yara? Vorrei capirlo anch’io»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
«Come ci è finito il mio dna sulle mutandine di Yara? Vorrei capirlo anche io». Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, non smette di professarsi innocente, nonostante le sentenze di Appello e Cassazione abbiano confermato la condanna. La sua intervista a "Belve Crime", lo spin-off giudiziario condotto da Francesca Fagnani su Rai 2, ha riacceso i riflettori su un caso che, da quindici anni, divide l’opinione pubblica.
L’episodio, andato in onda martedì 10 giugno, ha mostrato un Bossetti che – pur mantenendo un tono controllato – non ha evitato lo scontro con la giornalista, soprattutto quando il discorso è caduto sulle prove genetiche che lo inchiodano. Quello stesso dna, ritrovato sugli indumenti intimi della vittima, è stato decisivo per la sentenza. Eppure, lui insiste: «Se potessi, vorrei saperlo anch’io». Un’affermazione che suona come un’ultima difesa, mentre Fagnani – senza mai scostarsi dagli atti processuali – gli rinfaccia incongruenze e omissioni.
Non è la prima volta che Bossetti tenta di rivolgersi all’opinione pubblica. Dopo la docuserie di Netflix, che aveva riportato il caso sotto i riflettori, l’intervista a "Belve Crime" rappresenta un nuovo tentativo di influenzare il racconto. Ma la giornalista, così come fece Franca Leosini in "Storie Maledette", ha preferito seguire la linea dei documenti, smontando pezzo per pezzo le sue versioni.
Tra i momenti più tesi, quello in cui Bossetti accenna al padre di Yara, sostenendo che «venne in cantiere» e che «su di lui si mormorava». Un’allusione velata, che però non trova riscontro nelle indagini. E poi, il racconto dei tradimenti della moglie, scoperti durante la detenzione: «Tentai il suicidio», ammette, in un passaggio che rivela il peso emotivo di questi anni.




