Belve crime, il debutto tra storie choc e il rinvio che sa di strategia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Mentre il martedì sera di Rai 2 si preparava ad accogliere la seconda dose del nuovo atteso spin-off, un evento musicale continentale ha rimodellato i piani di viale Mazzini. “Belve Crime”, il figlio più oscuro e radicale del programma originale, ha dovuto lasciare il posto alla prima semifinale dell’Eurovision Song Contest in programma per questa sera, con un rinvio che, ufficialmente, è solo tecnico ma che inevitabilmente riaccende i riflettori sulla natura ibrida di questo prodotto televisivo. Nessuna crisi, a sentire le parole della conduttrice sui social; l'appuntamento è semplicemente slittato al 19 maggio. Eppure, questo stop momentaneo offre lo spunto per osservare con maggiore lucidità cosa stia diventando – o forse cosa stia cercando di diventare – questo esperimento narrativo.

L’identità ritrovata (e quella ancora da scrivere)

Scendere a patti, per Francesca Fagnani, era stato inevitabile nel passaggio dal Nove alla Rai, dove il prime time richiede nomi sempre più mainstream e interviste, talvolta, fin troppo mansuete. Con “Belve Crime”, giunto alla sua seconda tornata di episodi, si è tentato un riavvolgimento del nastro verso le atmosfere ancestrali del programma: quelle dell’intervista sporca, incalzante, quasi un esercizio di stile giornalistico puro. Basta guardare il faccia a faccia con Roberto Savi, il leader della banda della Uno Bianca, per capire dove si vuole arrivare: un esempio di lucidità comunicativa che nelle facoltà di giornalismo dovrebbero studiare con attenzione, dato il modo in cui la conduttrice è riuscita a scardinare le difese di un criminale pluriergastolano dopo 32 anni di silenzio. Tuttavia, c’è un tassello che ancora manca per trasformare questo spin-off in un organismo autonomo. Alcuni spettatori faticano a separare la madre – il “Belve” delle chiacchiere da salotto e degli ospiti politici – dalla figlia, che dovrebbe camminare con le proprie gambe nel fango della cronaca nera.

Le interviste che scavano nelle pieghe dei processi

Il debutto del 5 maggio ha consegnato al pubblico dialoghi di una densità rara, dove la scenografia austera e gli sgabelli di ferro hanno fatto da cornice a confessioni capaci di scardinare persino le certezze giudiziarie. Oltre all'intervista a Roberto Savi – le cui dichiarazioni su presunte coperture dei servizi segreti hanno già iniziato a circolare nelle cancellerie dei tribunali come potenziale materiale utile a nuove inchieste – la puntata ha messo in scena l'incontro con Katharina Miroslawa. La donna, condannata per l’omicidio dell’imprenditore Carlo Mazza, ha regalato un momento di alta tensione dialettica quando, parlando di un costume da bagno come prova della sua buona fede, si è sentita rispondere da Fagnani: «No, lei esiste perché si chiama movente». Un botta e risposta che restituisce l’essenza di un metodo che non concede attenuanti generiche.

Lo stile Elisa True crime e le incursioni nel palinsesto

A fare da collante narrativo tra una storia e l’altra interviene Elisa De Marco, conosciuta al web come “Elisa True Crime”, la cui introduzione ai casi tenta di dare un contesto fattuale alle chiacchiere. Questo escamotage – un ibrido tra la divulgazione da podcast e il faccia a faccia televisivo – rappresenta la scommessa più interessante della produzione: cercare di educare il pubblico al rispetto delle vittime senza rinunciare allo spettacolo della domanda scomoda. Se l’assenza di questa sera per lasciare spazio all’Eurovision è una semplice parentesi, lo sarà meno la sfida delle prossime settimane, quando “Belve Crime” dovrà dimostrare di non essere solo un efficace derivato, ma una serie capace di fare a meno del paracadute del brand originale.

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