La nuova faglia della Uno bianca: Savi parla dopo 32 anni e la procura di Bologna riapre il filo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il silenzio, quello spesso e gelido che per oltre tre decenni aveva avvolto uno dei mostri sacri del crimine italiano, si è infranto davanti a una telecamera. Roberto Savi, 72 anni tra pochi giorni, ex poliziotto e condannato all’ergastolo, ha rotto la sua dettatura di omertà nella trasmissione “Belve Crime” su Rai Due, rispondendo – tra mezze frasi, allusioni e lunghi silenzi – alle domande della conduttrice Francesca Fagnani. Lui, che dal 1994 non ha mai ottenuto un beneficio penitenziario, ha trascorso un terzo della sua vita in carcere scontando una pena capitale per i 24 omicidi (23 secondo alcune ricostruzioni) e oltre cento feriti lasciati sul campo dalla banda della Uno bianca tra il 1987 e il 1994. Un’organizzazione quasi interamente composta da agenti di polizia in servizio, eppure capace di colpire banche, caselli autostradali, supermercati e obiettivi civili in Emilia Romagna e Marche, con una ferocia che ha segnato l’immaginario collettivo più della cronaca nera tradizionale.
L’intervista che scoperchia un’altra verità
Dall’interrogatorio televisivo emergono affermazioni che la Procura di Bologna, guidata dal procuratore Paolo Guido, non ha potuto ignorare. Savi ha infatti parlato di alcuni personaggi – che non sono delinquenti comuni, ha specificato – i quali gli avrebbero garantito, a suo dire, una copertura investigativa negli anni caldi della latitanza operativa del gruppo. Ha inoltre sostenuto che il vero obiettivo della celebre rapina all’armeria di via Volturno non fosse il bottino, bensì l’eliminazione dell’ex carabiniere Pietro Capolungo. Affermazioni pesanti, cariche di un potenziale eversivo che travalica la semplice confessione di reato, perché spostano l’asse dell’inchiesta su possibili connivenze esterne all’organizzazione criminale. La procura, come confermato da fonti giudiziarie, lo ascolterà formalmente dopo quella trasmissione andata in onda ieri, trasformando un’intervista mediatica in un potenziale atto processuale.
I fratelli Savi e il terzo uomo nell’ombra
Della banda, lo si ricorda, faceva parte anche il terzo fratello, Alberto, mentre la leadership criminale era condivisa con l’altro fratello Fabio, anch’egli poliziotto e oggi detenuto. La particolarità di questa cellula criminale non risiedeva solo nella loro divisa, ma nella capacità di mimetizzare i colpi – spesso compiuti con la celebre Fiat Uno bianca, da cui il nome – in operazioni che sembravano tattiche militari piuttosto che semplici rapine. Savi, che all’epoca dei fatti era un agente in servizio, ha ora aggiunto un tassello che inquieta: l’ipotesi che dietro alcune azioni del gruppo vi fosse una richiesta operativa proveniente da servizi segreti (come accennato nella frase “ci hanno chiesto di uccidere”), una rivelazione che, se corroborata, riscriverebbe pagine intere della storia giudiziaria italiana degli anni Novanta.
Un parallelo involontario con altre interviste scomode
Qualcosa ribolle nel fondo della Repubblica, questo è certo. Una Repubblica che, osservano alcuni analisti, non ha mai fatto i conti fino in fondo con il proprio passato più recente. Impossibile, per certi versi, guardare l’intervista di Fagnani a Savi senza che la memoria torni a quella fatta da Massimo Giletti a Salvatore Baiardo nel novembre 2022: allora iniziava la legislatura che ora si chiude, e già si parlava di trame oscure, depistaggi e verità sepolte. Fuori discussione la professionalità dei due giornalisti, indubbia la rilevanza pubblica delle testimonianze raccolte e nessuna compiacenza dimostrata verso gli intervistati – a differenza di altre pessime pagine di finto giornalismo cui abbiamo assistito negli anni. Ma il punto non è la messinscena televisiva: è che un ergastolano, dopo 32 anni, decida di parlare di “coperture” e “obiettivi politici” nel momento in cui non ha più nulla da perdere.
Le indagini ripartono da una frase
La procura di Bologna non ha aperto formalmente un nuovo fascicolo, ma l’audizione di Savi rappresenta un atto dovuto di fronte a dichiarazioni che nominano – senza prove, è bene sottolinearlo – soggetti istituzionali non identificati. Gli inquirenti dovranno ora valutare se vi siano elementi di novità rispetto alle condanne già passate in giudicato, oppure se si tratti dell’ennesimo tentativo di un detenuto di riaprire un processo per guadagnarsi uno sconto di pena o semplicemente un po’ di visibilità. Tuttavia, la scia di sangue lasciata dalla Uno bianca – 24 morti accertati, oltre cento feriti, rapine a mano armata che sembravano esecuzioni – non è un capitolo che si possa archiviare con sufficienza. Ogni parola di Savi, anche se ambigua o parziale, diventa atto di un lungo e incompiuto conto con la verità. E se quei “servizi segreti” o quei “personaggi che non sono delinquenti” esistessero davvero? Non tocca al giornalista rispondere, ma al procuratore Guida e ai suoi uomini. Che, questa volta, ascolteranno.




