Lo yen vola ai massimi da dieci settimane e il mercato scommette (di nuovo) sull’intervento di Tokyo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il biglietto verde arretra, l’euro cede terreno, persino la sterlina e il franco svizzero mostrano segni di cedimento: lo yen giapponese, nell’arco di poche sedute, ha messo a segno un recupero che ha colto di sorpresa molti operatori, quelli stessi che fino a qualche giorno fa davano per scontata un’ulteriore discesa della valuta nipponica verso quota 160. Il rally, quello che ha portato lo yen al miglior livello degli ultimi due mesi e mezzo, si è accelerato il 6 maggio con un balzo intraday vicino al 2%, sufficiente a spingere il cambio usd/jpy fino a 155,04. Un movimento tanto improvviso quanto intenso, destinato a riaccendere il dibattito – mai sopito del tutto – su un nuovo intervento diretto delle autorità monetarie di Tokyo.

Un’assenza, quella della Borsa di Tokyo, che parla chiaro

Proprio il fatto che la piazza giapponese fosse chiusa per festività, il 6 maggio, ha alimentato i sospetti: in condizioni di liquidità ridotta, anche ordini di dimensioni relativamente contenute possono generare scossoni fuori proporzione. E gli analisti, quelli che seguono da anni le dinamiche delle valute asiatiche, non hanno avuto dubbi: la discesa del dollaro da 157,70 a 155,03 nel corso di poche ore porta tutte le tracce di un intervento ufficiale. Non il primo, bisogna dirlo, né probabilmente l’ultimo. Solo pochi giorni prima, il 30 aprile, la Banca del Giappone era già scesa in campo con acquisti stimati in 5.480 miliardi di yen, l’equivalente di circa 35 miliardi di dollari. Un’operazione quella che aveva fatto scivolare il cambio dal massimo storico intraday di 160,72 fino alla chiusura sotto 157, con un rafforzamento della valuta nipponica superiore al 2%.

I numeri dietro la difesa (costosissima) dello yen

Ma non è finita lì. Nelle due sessioni successive al 30 aprile, fonti di mercato hanno parlato di ulteriori interventi, seppur di minore intensità: altri 20 miliardi di dollari sarebbero stati spesi per sostenere lo yen, portando il totale delle operazioni accertabili a circa 55 miliardi in meno di una settimana. Una cifra notevole, che restituisce l’idea della pressione subita dalla moneta giapponese, schiacciata dal differenziale dei tassi d’interesse con gli Stati Uniti. Per capirci: mentre la Federal Reserve mantiene i tassi ai massimi da vent’anni, la Banca del Giappone si è mossa con estrema cautela, abbandonando sì i tassi negativi ma senza avviare un vero ciclo di rialzi aggressivi. E quel divario, badate bene, continua a favorire chi vende yen per comprare dollari, nonostante i continui richiami alla stabilità valutaria.

Timing, bassa liquidità e lo spettro di quota 160

C’è un pattern che si ripete, e non può essere casuale. Ogni volta che il Giappone festeggia (e i mercati nazionali restano chiusi), le autorità monetarie trovano il terreno ideale per agire: bassa liquidità, spread più ampi e minore resistenza da parte degli speculatori internazionali. Il 6 maggio ne abbiamo avuto l’ennesima conferma. La transizione tra la sessione asiatica e quella europea, un momento notoriamente delicato per i flussi ufficiali, ha amplificato l’effetto dell’intervento, facendo crollare l’usd/jpy in un arco temporale ristrettissimo. L’obiettivo dichiarato – anche se mai ufficialmente ammesso – è uno solo: impedire che lo yen superi nuovamente la soglia psicologica di 160, oltre la quale il rischio di una crisi di fiducia diventerebbe concreto. Per ora la strategia funziona, almeno sul breve periodo. Ma quanto ancora potrà reggere una difesa così costosa? Nessuno lo sa, e gli analisti evitano pronostici. Di certo, i forti movimenti dello yen continueranno a tenere col fiato sospeso i mercati, in attesa del prossimo atto di questa partita a scacchi tra Tokyo e la finanza globale.

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