Il Papa invoca il dialogo in Tigray: appello alle parti mentre infuriano gli scontri
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Redazione Esteri
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Papa Leone XIV segue con «profonda preoccupazione» la situazione nel Tigray e nelle regioni limitrofe di Afar e Amhara, dove «sono nuovamente scoppiate le ostilità». Al termine dell'udienza generale, prima di salutare i fedeli italiani, il Pontefice ha lanciato un appello accorato alle parti in conflitto, scandito in inglese: «Rivolgo un appello a tutte le parti affinché scelgano la via del dialogo. Il conflitto armato non risolve mai i problemi, ma li aggrava soltanto, lasciando dietro di sé una scia di morte, distruzione e risentimento. Solo un impegno sincero può gettare le basi per una pace duratura». La «fervida speranza» del Papa è che la comunità internazionale «offra il proprio contributo generoso e tempestivo per garantire che tutti gli aiuti umanitari giungano a chi ne ha bisogno».
L'avanzata delle forze federali e la conquista di Alamata
Sul terreno, l'esercito federale etiope e le milizie alleate hanno annunciato la conquista di Alamata, città strategica situata a circa 120 chilometri a sud di Mekelle, capitale del Tigray. Un video pubblicato dalla «Tigrai Peace Force», formazione filogovernativa, mostrava soldati che marciavano per le strade della città sventolando bandiere etiopi.
La presa di Alamata rappresenta un punto di svolta dopo l'offensiva lanciata dall'opposizione a fine settembre, quando le forze del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Tplf) avevano occupato tre aeroporti regionali e spinto le loro incursioni nelle regioni vicine di Afar e Amhara. Secondo fonti diplomatiche citate da agenzie internazionali, la città sarebbe caduta mentre le forze di opposizione si ritiravano.
Un conflitto su più fronti e l'allarme umanitario
I combattimenti si sono estesi lungo molteplici direttrici: dal fiume Tekeze, a occidente del Tigray, all'area di Wolkayt al confine con l'Afar, fino a varie zone dell'Amhara. Nella regione di Afar, le forze del Tplf hanno preso il controllo di Erebti, località strategicamente rilevante, minacciando potenzialmente la rotta commerciale che collega Gibuti ad Addis Abeba, vitale per le importazioni etiopi.
Sul piano umanitario, Medici senza frontiere ha riferito che tra il 22 e il 25 settembre negli ospedali di Korem e Alamata sono giunti oltre 400 feriti, mentre altri 300 sono stati ricoverati nelle strutture di Suhul e Shire, nel nord-ovest del Tigray. Nelle zone più colpite, molte strade risultano interrotte e i collegamenti internet e telefonici sono stati completamente bloccati, rendendo difficoltoso il coordinamento dei soccorritori. Circa 150.000 persone sono state costrette a lasciare le proprie case dall'inizio delle nuove ostilità.
Accuse incrociate e il rischio di un conflitto regionale
Sul piano politico, il capo di stato maggiore delle forze armate etiopi, il feldmaresciallo Birhanu Jula, ha accusato l'Eritrea, il Sudan e l'Egitto di sostenere le forze del Tplf, suggerendo un'interferenza esterna senza fornire ulteriori dettagli. Il governo di Asmara ha respinto con forza qualsiasi coinvolgimento nell'escalation, mentre il portavoce dell'esercito sudanese ha respinto le accuse, sostenendo che è invece l'Etiopia a offrire supporto a milizie che combattono contro le forze regolari di Khartoum.
L'Unione europea ha definito la situazione in «rapido deterioramento» sia politico che militare, annunciando interventi diplomatici e umanitari immediati per tentare di fermare la ripresa del conflitto che rischia di infiammare l'intero Corno d'Africa.
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