Il Papa: nel Tigray si scelga il dialogo, il conflitto aggrava solo i problemi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Papa Leone XIV sta seguendo con profonda preoccupazione la situazione nel Tigray, regione dell'Etiopia, e nelle regioni limitrofe di Afar e Amhara, dove sono nuovamente scoppiate le ostilità. Al termine dell'udienza generale, prima di salutare i fedeli italiani, ha rivolto un appello accorato a tutte le parti in conflitto affinché scelgano la via del dialogo.

«Rivolgo un appello accorato a tutte le parti affinché scelgano la via del dialogo», ha scandito il Pontefice, sottolineando che il conflitto armato non risolve mai i problemi ma non fa che aggravarli, lasciando dietro di sé una scia di morte, distruzione e risentimento.

La richiesta di aiuti umanitari e l'invito al Rosario

La fervida speranza del Papa è che la comunità internazionale offra il proprio contributo generoso e tempestivo per garantire che tutti gli aiuti umanitari giungano a chi ne ha bisogno. Nel suo intervento, Leone XIV ha ribadito che solo un impegno sincero può gettare le basi per una pace duratura.

Al termine dell'udienza, nel salutare i pellegrini italiani, il Pontefice ha ricordato il suo appello lanciato a Lourdes, invitando a recitare il Rosario nel mese di ottobre dedicandolo in modo particolare alla fine delle guerre e al raggiungimento della pace.

La ripresa dei combattimenti e la presa degli aeroporti

La situazione nel Tigray si sta facendo sempre più incandescente. Il 23 settembre le forze del Tigray People's Liberation Front hanno preso d'assalto tre aeroporti nazionali in territorio tigrino, a Mekelle, Axum e Shire, in quello che il movimento ha presentato come combattimento difensivo. Gli scontri si sono poi estesi lungo il fiume Tekeze, ad occidente del Tigray, nell'area di Wolkayt, al confine con la regione di Afar e in varie zone di Amhara.

Le forze federali etiopi e le milizie alleate hanno lanciato una controffensiva, riconquistando il strategico centro di Alamata, nel sud del Tigray.

Le vittime e la crisi umanitaria

Il bilancio delle vittime è ancora tutto da verificare. Secondo l'esercito etiope, in due giorni sarebbero stati uccisi 700 combattenti tigrini. Medici senza frontiere ha fatto sapere che, tra il 22 e il 25 settembre, negli ospedali di Korem e Alamata sono arrivati oltre 400 feriti, mentre altri 300 sono stati ricoverati nelle strutture di Suhul e Shire, nel nord-ovest del Tigray.

Nelle zone più colpite dal conflitto resta difficile anche la consegna degli aiuti umanitari: molte strade sono interrotte mentre nel nord i collegamenti internet e telefonici sono stati completamente bloccati, rendendo impossibile il coordinamento dei soccorritori. Una fonte umanitaria ha stimato che circa 150.000 persone siano state sfollate nella regione di Afar.

Le accuse reciproche e la rottura diplomatica con l'Eritrea

Dal punto di vista politico, il governo etiope accusa la confinante Eritrea di sostenere il Fronte di liberazione del popolo del Tigrè e le altre forze d'opposizione, accostandola all'Egitto e al governo centrale del Sudan. Il capo di stato maggiore delle forze armate etiopi, il feldmaresciallo Birhanu Jula, ha pubblicamente sostenuto che Asmara fornirebbe supporto politico e logistico alle forze anti-governative. Eritrea, Egitto e Sudan respingono con forza qualsiasi coinvolgimento nell'escalation di violenza.

Giovedì il ministero degli Esteri etiope ha annunciato la chiusura della propria ambasciata ad Asmara e ha dichiarato persona non grata dieci diplomatici eritrei, dando loro 48 ore di tempo per lasciare il Paese. Il governo eritreo ha reagito interrompendo tutte le relazioni diplomatiche con l'Etiopia, accusando Addis Abeba di aver ospitato, addestrato e armato gruppi di opposizione eritrei per alimentare un conflitto interno finalizzato a un cambio di regime.

Le preoccupazioni internazionali e il rischio di escalation regionale

La ripresa delle ostilità ha suscitato crescente preoccupazione a livello internazionale. Sei senatori statunitensi hanno esortato il segretario di Stato Marco Rubio a impegnarsi con il governo federale etiope, il TPLF e i gruppi armati associati per porre fine alle ostilità e tornare alla mediazione, avvertendo che il deterioramento della situazione di sicurezza rischia di minare l'accordo di pace del 2022.

Il coordinatore residente e umanitario delle Nazioni Unite in Etiopia, Ozonnia Ojielo, ha dichiarato di monitorare attentamente gli sviluppi, avvertendo che il rinnovato conflitto espone i civili, comprese le persone già sfollate durante la guerra precedente, a ulteriori rischi di protezione e provoca nuovi spostamenti. Secondo un'analisi pubblicata da Chatham House il 1° ottobre 2026, una guerra prolungata nella regione settentrionale tende a oltrepassare i confini, verso l'Eritrea e poi verso il Sudan.

Nella notte tra mercoledì e giovedì sono state udite diverse esplosioni nella capitale etiope Addis Abeba, nella zona dove hanno sede le forze armate; fonti vicine all'alleanza di opposizione hanno sostenuto che si sia trattato di un attacco con droni, circostanza al momento non confermata.

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