Il Papa lancia un appello per il Tigray: “Si scelga il dialogo, il conflitto aggrava solo i problemi”
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Redazione Esteri
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Papa Leone XIV segue con “profonda preoccupazione” quanto sta accadendo nel Tigray, in Etiopia, e nelle regioni limitrofe di Afar e Amhara, dove “sono nuovamente scoppiate le ostilità”. Al termine dell’udienza generale, prima di salutare i fedeli italiani, il Pontefice ha pronunciato in inglese un appello accorato rivolto a tutte le parti in conflitto, affinché abbandonino le armi e imbocchino la strada del negoziato.
La sua speranza, ha detto, è che la comunità internazionale offra un contributo “generoso e tempestivo” per garantire che tutti gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha bisogno.
Le parole del Papa arrivano in un momento di forte tensione militare. Secondo quanto riportato da diverse fonti, i combattimenti si sono intensificati lungo il fiume Tekeze, a ovest del Tigray, nell’area di Wolkayt, al confine con l’Afar e in varie zone dell’Amhara.
Il Tigray People’s Liberation Front (Tplf) e le Tigray Defence Forces (Tdf) hanno ripreso le operazioni contro l’esercito federale etiope, mentre il governo di Addis Abeba ha annunciato di aver preso il controllo di Sekota, città strategica nella regione dell’Amhara, non lontano dal confine con il Tigray.
Il bilancio delle vittime resta difficile da verificare: secondo l’esercito etiope, in due giorni sarebbero stati uccisi 700 combattenti tigrini, mentre Medici senza frontiere ha riferito che tra il 22 e il 25 settembre negli ospedali di Korem e Alamata sono arrivati oltre 400 feriti, e altri 300 sono stati ricoverati nelle strutture di Suhul e Shire, nel nord-ovest della regione.
Gli scenari sul terreno e le accuse reciproche
Sul piano militare, l’offensiva federale sembra puntare a una manovra su più assi. Secondo analisti citati da fonti specializzate, le forze di Addis Abeba starebbero cercando di avanzare attraverso Samre in direzione di Maichew, mentre un secondo fronte si è aperto a nord-ovest attorno a Tselimoy. L’obiettivo non sarebbe tanto la conquista di singole località quanto costringere le forze tigrine a distribuire le proprie risorse difensive su più direttrici, fino a provocarne il cedimento su almeno uno dei fronti.
La disparità di mezzi convenzionali è considerevole: l’esercito federale può contare su artiglieria pesante, droni e superiorità aerea, risorse che il comando del Tplf difficilmente può compensare. La strategia delle forze tigrine, stando a queste analisi, sarebbe invece quella di assorbire l’avanzata federale nelle zone montuose dell’interno, allungando le linee di rifornimento dell’avversario e rendendo più difficile mantenere una concentrazione di forze.
Sul piano politico, il governo etiope accusa la confinante Eritrea di sostenere il Tplf e le altre forze di opposizione. Accuse analoghe sono state rivolte a Sudan ed Egitto, che hanno respinto ogni coinvolgimento. Il presidente etiope Taye Atske Selassie, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha parlato di “ingerenza” negli affari interni del Paese, senza indicare esplicitamente quali attori ne siano responsabili. Il governo eritreo, dal canto suo, ha respinto con forza le accuse.
In questo quadro, l’Unione europea ha definito la situazione in “rapido deterioramento” sia politico che militare, annunciando interventi diplomatici e umanitari per tentare di fermare la ripresa del conflitto.
La crisi umanitaria e le comunicazioni interrotte
Nelle zone più colpite, la consegna degli aiuti umanitari resta estremamente difficoltosa. Molte strade sono interrotte e nel nord della regione i collegamenti internet e telefonici sono stati completamente bloccati, rendendo impossibile il coordinamento dei soccorritori. Nella capitale regionale Mekelle, residenti hanno riferito che i servizi di comunicazione, bancari e altri servizi essenziali sono stati gravemente compromessi.
Un commerciante locale ha raccontato che l’interruzione delle attività bancarie sta paralizzando gli scambi: la gente non ha contante per acquistare merci, e le scorte disponibili non dureranno più di un mese. Un tassista, che ha chiesto di non essere nominato per timore per la propria incolumità, ha riferito che i prezzi del carburante sul mercato nero sono raddoppiati.
Nelle zone di confine con l’Amhara, la situazione è altrettanto critica: un medico del pronto soccorso dell’ospedale di Alamata ha raccontato che tra i civili rimasti uccisi negli scontri ci sono stati anche neonati di appena tre giorni, madri e pastori.
L’appello del Pontefice e le reazioni internazionali
Nel suo intervento, Papa Leone XIV ha ricordato che “il conflitto armato non risolve mai i problemi, ma non fa che aggravarli, lasciando dietro di sé una scia di morte, distruzione e risentimento”. Ha poi aggiunto: “Solo un impegno sincero può gettare le basi per una pace duratura”. Al termine dell’udienza, nel salutare i pellegrini italiani, il Pontefice ha anche rinnovato l’appello lanciato a Lourdes affinché nel mese di ottobre si reciti il Rosario dedicandolo “in modo particolare alla fine delle guerre e al raggiungimento della pace”.
Nei giorni scorsi, sei senatori statunitensi avevano inviato una lettera al Segretario di Stato Marco Rubio e al Dipartimento di Stato, sollecitando un coinvolgimento diretto per fermare le ostilità e riportare le parti al tavolo della mediazione. In una nota, i senatori si erano detti “allarmati” per il deterioramento della situazione, avvertendo che la ripresa della violenza rischia di vanificare l’accordo di pace firmato a Pretoria nel 2022, che aveva posto fine a due anni di guerra civile.
Il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Etiopia, Ozonnia Ojielo, ha dichiarato di seguire “da vicino” gli sviluppi, esprimendo seria preoccupazione per la protezione dei civili, in particolare per coloro che erano già stati sfollati durante il conflitto precedente e che ora rischiano di subire nuovi spostamenti forzati.
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