Nino D'Angelo, il racconto intimo nel docufilm del figlio Toni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La scena, colta con la semplicità di un'affettuosa intrusione, si dipana in una mattina romana come tante altre, all'interno della casa di Nino D'Angelo. L'artista, ancora in pigiama, sta consumando la consueta colazione e conversando con la moglie, quando si accorge di essere ripreso dalla fotocamera di uno smartphone maneggiato dal figlio Toni. «Che fai, mi riprendi?», è la domanda spontanea, alla quale il giovane regista replica con un evasivo «Niente, una cosa mia». Da quel frammento di vita quotidiana, da quel gesto quasi furtivo, prende il via un progetto cinematografico che, come rivelano le anticipazioni, sta già conquistando il pubblico ancor prima della sua distribuzione ufficiale. "Nino. 18 giorni", questo il titolo del docufilm diretto da Toni D'Angelo che approderà nelle sale, non è una semplice biografia ma un viaggio nell'anima di un cantante e attore che ha segnato profondamente la cultura popolare, un ritratto familiare che svela le sfumature di un uomo al di là del mito.
Un successo annunciato nelle anteprime
L'opera, che ha già debuttato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, sta registrando un'accoglienza tale da imporre il raddoppio delle proiezioni sia a Roma che a Napoli, dove si sono verificate vere e proprie situazioni di sold out. Questo calore, che anticipa l'uscita nazionale, conferma il legame viscerale tra l'artista e il suo pubblico, un legame che il film indaga senza retorica. L'obiettivo di Toni D'Angelo, infatti, non si limita a celebrare la carriera del padre ma ne esplora l'essenza più autentica, intrecciando musica e ricordi in un racconto che si prefigge di parlare a diverse generazioni. La macchina da presa, come in quel primo istante rubato in cucina, sembra voler cogliere l'istante più che il monumento, la verità quotidiana più che l'agiografia.
L'artista si racconta attraverso lo sguardo di un figlio
Durante la presentazione napoletana del film, tenutasi in uno spazio simbolo come Casa Cinema, Nino D'Angelo ha sottolineato con parole cariche di significato la peculiarità dell'operazione: «Essere raccontato da un figlio è un privilegio». Una dichiarazione che va ben oltre la formale soddisfazione di un genitore e che tocca il cuore del progetto, ovvero la restituzione di un'immagine privata, filtrata dall'affetto e dalla complicità di un legame sanguigno. In quell'occasione, l'artista ha anche svelato un aneddoto della sua infanzia, ricordando il momento in cui comprese la propria condizione di povertà, quando un parroco gli suggerì di tenere per sé i soldi delle elemosine. Frammenti di memoria che, nel contesto del docufilm, acquisiscono un peso narrativo fondamentale, contribuendo a delineare un percorso umano prima ancora che artistico.
Uno sguardo nuovo su un'icona senza tempo
Anche l'aspetto esteriore sembra partecipare a questa nuova fase. Presentatosi all'incontro con la stampa indossando un jeans e una maglietta nera, ma con un'elegante foulard annodato al collo, Nino D'Angelo ha mostrato un look inedito, commentandolo con un riferimento colto e autoironico. «Stamattina mi sono vestito come Sergio Bruni, ora che ho i capelli bianchi come lui, me lo posso permettere», ha affermato, citando un altro grande maestro della canzone napoletana. Questa trasformazione esteriore, che dialoga con il passato e con i propri miti, sembra riflettere il percorso interiore che il film si propone di esplorare: non una nostalgica rievocazione del "ragazzo dal caschetto d'oro", bensì la consapevole rappresentazione di un uomo e di un artista completo, la cui eredità culturale continua a vivere e a evolversi, anche attraverso lo sguardo amoroso di un figlio.




