Il silenzio di Warsh a Jackson Hole e la nuova disciplina della Fed che delude i mercati
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Redazione Economia
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L’attesa era palpabile, quasi elettrica, per il discorso di apertura del presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, al tradizionale Symposium di Jackson Hole; eppure, chi si aspettava un annuncio roboante o anche solo un cenno preciso sulle prossime mosse del Comitato monetario in vista della riunione del 15 e 16 settembre è rimasto con l’amaro in bocca, perché il banchiere centrale ha scelto la strada opposta, quella del silenzio e della riflessione istituzionale, consegnando ai mercati un messaggio che è insieme una presa di distanza dal passato e una dichiarazione di intenti per il
Futuro.
Kevin Warsh ha detto basta a una Banca centrale che parla troppo, che si perde in comunicati e segnali interpretabili come oracoli, e ha rivendicato per sé e per il vertice dell’istituto una disciplina che non è ancora ben definita, ma che sembra fondarsi sull’osservazione scrupolosa dei dati piuttosto che su regole stringenti o su promesse preventive; il presidente ha ribadito con fermezza che l’inflazione non cala come previsto e che, di conseguenza, c’è ancora molto lavoro da fare per la Fed, un lavoro che richiede concentrazione e non chiacchiere, ma che al momento non si
Traduce in una direzione chiara sul fronte dei tassi d’interesse.
Il debutto che ha deluso le aspettative e il rapporto con Trump
Forse anche Donald Trump, che è stato il suo mentore e sponsor politico e che lo ha scelto dopo mesi di scontro aperto con il predecessore Jerome Powell, sperava in qualcosa di più di un discorso austero e quasi criptico; e invece Warsh ha offerto una performance che ha sconcertato non solo gli analisti, ma probabilmente anche la Casa Bianca, visto che il presidente americano, ormai da più di un anno saldamente alla guida del Paese, aveva caldeggiato una svolta comunicativa più incisiva, capace di rassicurare i mercati e di tenere a bada le pressioni sui rendimenti obbligazionari.
La scelta di Warsh, infatti, arriva in un momento particolarmente delicato, quando il Tesoro americano ha già iniziato a intervenire in modo insistente sul mercato dei bond per cercare di fermare l’impennata dei tassi, un intervento che ha sollevato più di un dubbio sulla separazione tra politica fiscale e monetaria.
La disciplina dei dati contro la comunicazione eccessiva
L’idea che emerge dalle parole di Warsh è quella di una Federal Reserve che intende ridurre al minimo la propria impronta verbale, evitando di fornire indicazioni prospettiche che possano essere interpretate come impegni vincolanti; non si tratta, a suo dire, di una rinuncia al ruolo di guida, ma di una scelta metodologica che punta a dare più peso ai numeri concreti dell’economia reale, come l’andamento dei prezzi e del mercato del lavoro, piuttosto che alle aspettative generate dai comunicati ufficiali.
Questa posizione, peraltro, non è una novità assoluta: già a maggio Warsh aveva anticipato il suo approccio, spiegando che non avrebbe condiviso informazioni in grado di muovere i mercati, perché il compito del vertice è lavorare, non alimentare il trading, ma allora la situazione era diversa, perché dal Tesoro non erano ancora partiti quegli interventi sistematici sui titoli di Stato che oggi complicano il quadro.
Il rialzo dei tassi non è più un tabù, ma il silenzio resta
Eppure, al di là della retorica sulla disciplina e sulla trasparenza, il mercato ha colto un segnale implicito di grande importanza: il fatto che Warsh non abbia escluso un rialzo dei tassi, e anzi abbia sottolineato l’urgenza di monitorare l’inflazione, significa che quella possibilità, un tempo considerata remota, ora è sul tavolo senza più alcuna proibizione; il presidente della Fed ha evitato accuratamente di dare una scadenza o una soglia, ma il semplice fatto che il tema sia stato affrontato senza timidezze ha indotto gli operatori a rivedere le proprie proiezioni, anche se devono fare i
Conti con un’assenza di dettagli che rende ogni previsione più azzardata. Il silenzio di Jackson Hole, in questo senso, non è stato un vuoto, ma un riempimento ambiguo, che lascia aperte tutte le ipotesi e che costringe gli osservatori a guardare con maggiore attenzione ai prossimi dati economici, piuttosto che ai discorsi dei banchieri centrali.
La scelta di Warsh, insomma, segna una cesura rispetto alla gestione Powell, che aveva fatto della forward guidance e della chiarezza comunicativa i propri cavalli di battaglia, e apre una fase in cui la Fed sembra voler recuperare un margine di manovra che le parole, per quanto misurate, finiscono sempre per comprimere; il problema, per i mercati e per la politica, è che questo nuovo corso richiede una fiducia cieca nella capacità dell’istituto di leggere i dati meglio di quanto non facciano gli stessi operatori, e alimenta il rischio che le attese vengano frustrate non da decisioni
Sbagliate, ma dall’assenza stessa di decisioni palesi. La riunione del 15 e 16 settembre, a questo punto, si annuncia come un appuntamento cruciale, non tanto per ciò che verrà detto, quanto per ciò che verrà fatto, nella speranza che la disciplina invocata a Jackson Hole si traduca in una politica monetaria efficace e non in un enigma irrisolto.
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