Il Ramadan in Cisgiordania si apre con un ragazzo di diciassette anni ucciso a Beit Furik e una moschea incendiata dai coloni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’avvio del mese sacro per l’islam, che tradizionalmente porta con sé una tregua spirituale e un momento di raccoglimento, è stato invece segnato in Cisgiordania da una nuova escalation di violenza. Mohammad Wahbi Hanani, un adolescente di soli diciassette anni, è morto all’ospedale di Rafidia dopo essere stato colpito alla testa, e i medici, nonostante i tentativi di rianimarlo, non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso avvenuto durante un’incursione dell’esercito israeliano a Beit Furik, una cittadina a est di Nablus -2. Le circostanze del raid, secondo quanto riportato da fonti palestinesi e ripreso dall’agenzia di stampa Wafa, vedrebbero i militari entrati in azione e il ragazzo raggiunto da un proiettile in un momento di caos -2. Dalla versione fornita dall’esercito israeliano, che ha parlato dell'uccisione di un sospetto terrorista il quale, insieme a un complice, si stava avvicinando alle truppe con un ordigno esplosivo, emergerebbe una dinamica del tutto opposta -9.
Il fuoco e la scrittura come strumenti di offesa nei villaggi intorno a Nablus
Nelle stesse ore in cui la salma del giovane Hanani veniva restituita alla famiglia per la sepoltura, a pochi chilometri di distanza, nel villaggio di Tell, sempre nella provincia di Nablus, un altro attacco ha preso di mira il simbolo della fede della comunità locale. La moschea Abu Bakr al Siddiq è stata data alle fiamme e i muri esterni dell’edificio sono stati imbrattati con scritte di chiara connotazione razzista. Un atto, questo, che il ministero degli Esteri palestinese ha attribuito senza esitazione all'azione di coloni israeliani, i quali, protetti dall'oscurità o dall'impunità, avrebbero appiccato il fuoco all’ingresso del luogo di culto. L’incendio ha provocato danni ingenti alla struttura, e solo il tempestivo intervento degli abitanti del villaggio ha scongiurato che le fiamme divorassero l’intero edificio, riducendo in cenere anche i libri sacri e gli arredi al suo interno.
L’intricato nodo del disarmo di Hamas e lo stallo del piano promosso da Washington
Mentre la tensione monta sul terreno, il quadro politico complessivo rimane bloccato su un punto fermo che appare a molti osservatori come una precondizione impossibile da soddisfare. La seconda fase del piano per Gaza, annunciato a gennaio dall’amministrazione Trump e che prevedrebbe il disarmo completo del movimento islamista, il ritiro delle forze di difesa israeliane dalla Striscia e l’instaurazione di un’amministrazione palestinese ad interim supportata da una forza di stabilizzazione internazionale, si è arenata proprio sull’interpretazione di questa clausola. Israele, infatti, attraverso i suoi rappresentanti ufficiali, insiste per un disarmo totale e immediato di Hamas, pena il ritorno a una guerra su larga scala che molti analisti internazionali, come quelli interpellati dal Guardian, ritengono devastante. Dall’altra parte, il movimento di resistenza islamica non sembra intenzionato a deporre le armi senza garanzie scritte e verificabili sul futuro politico della striscia e sulla fine delle operazioni militari, e la mediazione statunitense, per quanto sostenuta da una alleanza di ferro con Israele contro l’Islam estremo ribadita alla Knesset dal premier israeliano con il primo ministro indiano Modi, fatica a trovare una sintesi.
Le immagini choc della Bbc e la condanna internazionale che allarga il fronte diplomatico
A gettare una luce ancora più sinistra sulle dinamiche in atto in Cisgiordania è arrivata, a distanza di mesi, la ricostruzione della morte di un altro adolescente palestinese. Jad Jadallah, un quattordicenne di cui la Bbc ha diffuso le immagini, era stato colpito a novembre, ma solo ora un’inchiesta giornalistica ha ricostruito gli ultimi 45 minuti della sua vita, mostrando i soldati israeliani che, dopo avergli sparato a bruciapelo in un campo profughi, gli impedivano i soccorsi, lasciandolo morire dissanguato in un vicolo mentre le ambulanze della Mezzaluna Rossa venivano bloccate. Una dinamica, questa, che ha suscitato l’indignazione del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, il quale in una dichiarazione raccolta dal Times of Israel ha criticato aspramente la disparità di trattamento della comunità internazionale: “perché il mondo permette a Israele ciò che non fa fare alla Russia in Ucraina?”. E proprio la comunità internazionale, in un raro momento di unisono, si è espressa con la massima fermezza: quasi venti Paesi, dal Brasile all’Arabia Saudita, dalla Francia alla Spagna, hanno condannato le recenti mosse israeliane in Cisgiordania, definite come una chiara strategia di annessione de facto inaccettabile.




