Giornalista e insegnante arrestati per pedopornografia, nella chat foto della figlia di lei e dei nipotini
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Redazione Interno
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L'archivio degli orrori, custodito gelosamente in una galleria criptata dello smartphone, contava decine di file: fotografie e brevi filmati rubati all'infanzia della figlia di lei, una sedicenne oggi, ma ripresa già all’età di otto anni mentre faceva il bagno o mentre dormiva ignara, e scatti inequivocabili dei nipotini dell’insegnante, due bambini che all’epoca delle molestie, documentate passo dopo passo, avevano appena tre e sette anni. È il quadro probatorio, definito dagli inquirenti come di una gravità assoluta, emerso dai dispositivi sequestrati al giornalista romano di 48 anni, ex vicedirettore di un telegiornale nazionale e successivamente passato ai vertici della comunicazione di una partecipata pubblica, e alla compagna, una professoressa di lettere di 52 anni originaria e residente nella Marca trevigiana, finiti entrambi in carcere con le accuse, a vario Titolo, di violenza sessuale su minori, produzione e detenzione di materiale pedopornografico.
La scoperta del meccanismo perverso, una sorta di relazione malata alimentata dallo scambio di quel materiale, si deve al coraggio della ragazzina. Era la fine dello scorso novembre quando la minore, durante un soggiorno a Treviso dalla madre, si è imbattuta nella chat tra la donna e il compagno aperta sullo schermo del pc. Vi ha riconosciuto le proprie immagini intime e quelle dei cuginetti, leggendo anche i commenti agghiaccianti che li accompagnavano: “Hai visto come gli piaceva?”, scriveva la professoressa all’amante dopo aver inquadrato i nipotini, mentre lui, lungi dal mostrare un qualsivoglia moto di dissociazione, suggeriva nuove pose e scenari, compiacendosi e spingendo la complice a osare di più, come nel caso dei toccamenti sulle zone genitali dei piccoli, da lei stessa filmati e prontamente condivisi.
La ragnatela di messaggi e l’archivio del passato
L’analisi forense dei cellulari e dei computer, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma su delega della procura capitolina, ha restituito una mole impressionante di dati, inclusi file cancellati e conversazioni ritenute fondamentali per ricostruire la durata e l’intensità della relazione criminale. È emerso come il giornalista, che utilizzava anche un’utenza riservata su Telegram, sollecitasse la donna alla ricerca di materiale sempre nuovo e, cosa che ha gelato il sangue agli investigatori, più vecchio. In una delle conversazioni, l’uomo chiede esplicitamente all’amante se possedesse ancora la “collezione” di video della figlia risalenti al 2017, quando la bambina aveva appena otto anni, e lei lo rassicurava di custodire tutto nella galleria criptata del telefono.
Una richiesta, questa, che apre scenari inquietanti su quanto indietro negli anni potessero risalire le attenzioni morbose della madre nei confronti della figlia, trasformate in trofei digitali da condividere con il partner. I due, che si conoscevano almeno dal periodo in cui entrambi vivevano a Roma, hanno continuato lo scambio anche dopo il trasferimento della donna in Veneto, avvenuto nel 2022, tessendo una ragnatela di messaggi e promesse che hanno coinvolto, loro malgrado, anche i bambini, figli del fratello della professoressa, che vivevano nello stesso stabile e che la zia, della quale godevano piena fiducia, poteva così immortalare e molestare con agghiacciante facilità, mentre giocavano o facevano il bagno.
La reazione a catena e l’intervento della giustizia
La reazione della sedicenne, una volta scoperto l’orrore, è stata lucida e immediata: ha fotografato con il suo cellulare le chat compromettenti comparse sullo schermo del computer materno e si è confidata con la matrigna, la compagna del padre. È stata quest’ultima a comprendere la necessità di agire con tempestività, suggerendo alla ragazza di allontanarsi da Treviso con una scusa per poi sporgere denuncia. L’abbraccio con il padre e il successivo racconto hanno dato il via a indagini condotte in regime di massima urgenza, proprio per scongiurare il pericolo che le violenze potessero ripetersi e per mettere in salvo i due bimbi, ancora ignari e conviventi con la donna. Le loro audizioni protette e le testimonianze raccolte hanno fatto il resto, portando all’emissione della misura cautelare eseguita sabato scorso, che ha spezzato in due la vita della coppia: per la professoressa si sono aperte le porte del carcere di Treviso, per il giornalista quelle di Rebibbia.
Il timore della circolazione online
Se da un lato gli accertamenti tecnici hanno finora scongiurato l’ipotesi che le immagini della figlia e dei nipotini fossero già finite sul web oscuro, alimentando le orribili reti di scambio tra pedofili, dall’altro l’attenzione degli inquirenti resta alta. Nel dispositivo dell’ex vicedirettore sono state rinvenute centinaia di altri file pedopornografici, scaricati dalla rete e non riconducibili alla produzione domestica della compagna, a dimostrazione di un interesse strutturato e consolidato per quel genere di materiale.
I dispositivi sequestrati, inclusi quelli contenenti le chat su piattaforme considerate più sicure come Telegram, sono ora al vaglio della polizia postale per verificare se l’uomo fosse inserito in circuiti più ampi e se vi abbia eventualmente condiviso il materiale prodotto dall’insegnante, un aspetto, questo, che rappresenta il nodo cruciale dei prossimi sviluppi investigativi. Al momento, la priorità rimane la tutela delle vittime: la figlia della donna, ascoltata in un’aula protetta e seguita da un team di psicologi, è stata affidata in via definitiva al padre, mentre l’intera comunità scolastica dove insegnava la cinquantaduenne, un liceo della Marca, fatica a elaborare quanto accaduto, di fronte alla caduta di ogni punto di riferimento e all’insospettabile doppia vita della professoressa.




