Il caos in Iran fa risalire il petrolio russo e Trump allenta le sanzioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra in Iran, con il suo strascico di blocchi navali e instabilità regionale, sta producendo effetti a catena sul mercato energetico globale, ridisegnando alleanze e flussi commerciali che si credevano ormai cristallizzati. La decisione, annunciata nelle ultime ore dal dipartimento del Tesoro americano, di sospendere per trenta giorni le sanzioni sul petrolio russo già caricato sulle petroliere e in navigazione verso i mercati internazionali, rappresenta una vera e propria inversione di rotta, dettata dalla necessità impellente di calmierare un prezzo del greggio che, superando abbondantemente la soglia dei cento dollari al barile, minaccia di innescare una nuova fiammata inflazionistica a livello mondiale.

La mossa di Washington tra realismo economico e calcolo politico

L’amministrazione Trump, pur nella consapevolezza che un rincaro dell’oro nero avvantaggia gli Stati Uniti in quanto primo produttore globale, si è trovata a fare i conti con il rischio concreto di una recessione indotta dai costi energetici, e ha quindi optato per una misura tampone. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha definito l’intervento come “strettamente mirato” e volto a garantire la stabilità dei mercati, ma l’entità della deroga – che riguarda un volume stimato di circa 130 milioni di barili di greggio russo attualmente in transito sugli oceani – suggerisce una portata ben più ampia di una semplice eccezione tecnica.

Si tratta, in sostanza, di un assist fornito a Mosca, la cui macchina bellica, finanziariamente in affanno fino a poche settimane fa, riceve ora una boccata d’ossigeno inaspettata. La Russia, infatti, non solo beneficia dell’aumento del prezzo del suo principale bene di esportazione, ma vede anche riaprirsi canali commerciali che le sanzioni occidentali, varate dopo l’invasione dell’Ucraina, avevano di fatto ostruito, costringendola a vendere a sconto a pochi acquirenti fedeli come India e Cina. Ora, con il blocco dello Stretto di Hormuz e la conseguente impennata delle quotazioni, il greggio russo diventa improvvisamente competitivo e ricercato, tanto che l’envoy del Cremlino, Kirill Dmitriev, ha parlato di un’ammissione implicita da parte di Washington dell’indispensabilità dell’energia russa per l’equilibrio globale.

Il doppio gioco di Mosca tra mediazione e guadagni

Mentre il tesoro di guerra si riempie – le stime parlano di un incremento delle entrate per Mosca che potrebbe superare il miliardo e mezzo di dollari al giorno per ogni dieci dollari di aumento del prezzo del barile – Vladimir Putin gioca abilmente la carta della diplomazia. In una recente telefonata con Trump, il leader del Cremlino ha proposto di fare da mediatore per la crisi iraniana, offrendosi addirittura di custodire in Russia le scorte di uranio arricchito di Teheran, un tentativo, questo, di porsi come interlocutore imprescindibile per la risoluzione del conflitto e di guadagnare ulteriore influenza regionale.

Proposta, quest’ultima, che la Casa Bianca ha però prontamente respinto, dimostrando come, al di là della contingente necessità energetica, le diffidenze di fondo e i nodi strategici – primo fra tutti la proliferazione nucleare – rimangano assolutamente irrisolti. Trump, pur tollerando quella che lui stesso ha definito come una forma di mutuo scambio di favori (la Russia aiuta l’Iran, così come gli Stati Uniti aiutano l’Ucraina), non è disposto a cedere sul fronte della sicurezza nucleare, delineando un confine invalicabile nella sua realpolitik.

Le crepe nell’alleanza occidentale e il riavvicinamento al gas russo

La mossa americana ha però aperto una crepa profonda nel fronte occidentale. Bruxelles, per bocca della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, continua a predicare la linea dura, ribadendo l’obiettivo dello stop definitivo alle importazioni di gas russo entro il 2027 e definendo un “errore strategico totale” qualsiasi allentamento delle sanzioni. Eppure, la realtà dei fatti racconta di un’Europa divisa e in difficoltà: Paesi come la Slovacchia e l’Ungheria, già da tempo critici verso l’embargo, alzano la voce, sostenendo che, con i prezzi alle stelle causati dalla guerra in Iran, tornare a comprare energia russa, che costa meno, sia una necessità economica improrogabile.

Anche leader di primo piano come il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno espresso pubblicamente il loro scetticismo e la loro contrarietà alla scelta di Trump, temendo che questo segnale indebolisca non solo la pressione su Mosca, ma anche la coesione dell’intero impianto sanzionatorio costruito in questi anni. Ciò che emerge, insomma, è un quadro in cui le ragioni dell’economia e le emergenze geopolitiche si scontrano con i principi di politica estera, e in cui il Cremlino, abilmente, si inserisce nelle crepe dell’alleanza atlantica per ritagliarsi un nuovo ruolo da protagonista, forte di una risorsa, il petrolio, che la guerra – questa guerra – ha reso più preziosa che mai.

Description: La guerra in Iran fa schizzare il prezzo del petrolio. Trump sospende le sanzioni al greggio russo per calmierare i mercati, regalando a Mosca miliardi e innescando tensioni con l’Europa.

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