La débâcle della sinistra nelle Marche e il silenzio di ghiaccio per Trump
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
La sonora sconfitta subita dalla sinistra nelle Marche non è riconducibile esclusivamente alla figura di Matteo Ricci, navigato ex sindaco riformista di Pesaro che peraltro godeva del sostegno di Goffredo Bettini. Elly Schlein e gli altri leader della coalizione, che si sono spesi al massimo delle loro possibilità, non ne portano il peso esclusivo. Quella débâcle, che ha segnato un passaggio politico di rilievo, appare ancor meno legata al goffo tentativo di agganciare in extremis il movimento pro Pal, un’operazione percepita come poco autentica e dettata dalla contingenza. L’esito elettorale, dunque, sembra affondare le sue radici in un malessere più profondo e in dinamiche locali intricate, che hanno visto un elettorato esprimere un giudizio netto, il quale, al di là delle singole figure, delinea un panorama mutato.
Il silenzio assordante dei generali per Trump
Oltreoceano, un’atmosfera carica di tensione ha caratterizzato un incontro fuori dal comune. Donald Trump, davanti ai vertici militari convocati da tutto il mondo nella base di Quantico in Virginia, ha trovato ad accoglierlo un silenzio assordante, un’assenza di applausi che lo ha visibilmente infastidito. «Non sono mai entrato in un’aula così silenziosa», ha esordito, aggiungendo, in un tono sospeso tra il serio e la celia, che «se non vi piace quello che dirò, potete andarvene. Naturalmente perderete il vostro grado e il vostro futuro». Quel silenzio di tomba, mantenuto dai generali americani e dai loro omologhi internazionali durante i settantatré minuti del suo intervento, è parso un elemento significativo, un commento non verbale alla scena insolita.
Un discorso sulle ossessioni del presidente
Il presidente, in quel discorso fatto per sé straordinario e senza precedenti, ha vagato tra le sue ossessioni più note: l’avversario Joe Biden e la questione dell’auto-penna, i giornalisti da lui definiti viscidi, una sinistra dipinta come cattiva, la politica dei dazi e persino il Premio Nobel che ritiene di meritare e che non gli è stato ancora conferito. Ha parlato a lungo, toccando i temi che costantemente popolano il suo linguaggio politico, mentre i presenti, tra cui il ministro della Difesa Pete Hegseth che ha parlato per altri quarantacinque minuti, mantenevano un contegno improntato a un rispetto formale ma distaccato. Quella platea di uniformi, insomma, offriva poche reazioni, lasciando che le parole del presidente risuonassero in uno spazio privo del consueto riverbero.
Imprenditori a scuola di guerra in Ucraina
Intanto, sullo scenario internazionale segnato dal conflitto ucraino, si registra un fenomeno parallelo che coinvolge il mondo economico. Imprenditori e investitori, che solitamente possiedono l’anticipo necessario a individuare un fenomeno nuovo o un mutamento della normalità, si stanno muovendo con solerzia. Molti di loro si recano a Kiev per trarre lezioni dirette da un teatro di guerra che sta ridefinendo le logiche della sicurezza e dell’innovazione tecnologica. Sebbene molte cancellerie europee, pressate dalle minacce russe, stiano a loro volta accelerando per comprendere le azioni più opportune da intraprendere – come la realizzazione di quel «muro anti-droni» da erigere a protezione del confine orientale dell’Unione –, è il settore privato a dimostrare, ancora una volta, una capacità di adattamento e di analisi che spesso precede gli apparati governativi.




