Omicidio di “Diabolik”, assolto in appello il presunto killer Calderon
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Redazione Interno
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La Corte d’assise d’appello di Roma ha riscritto la verità giudiziaria intorno all’omicidio di Fabrizio Piscitelli, il leader della curva Nord della Lazio meglio conosciuto come “Diabolik”, freddato da un colpo di pistola alla testa il 7 agosto del 2019 al Parco degli Acquedotti. I giudici, infatti, hanno assolto con formula piena – “per non aver commesso il fatto” – Raul Esteban Calderon, l’argentino che in primo grado era stato condannato all’ergastolo come esecutore materiale di quell’agguato eseguito da un killer travestito da runner. Calderon, la cui identità reale per gli inquirenti sarebbe quella di Gustavo Alejandro Musumeci, ha così visto cadere l’accusa più pesante a suo carico, sebbene resti in carcere per altre vicende giudiziarie legate al narcotraffico e a un altro omicidio.
La clamorosa retromarcia dei giudici e le dichiarazioni-chiave dell’ex compagna
Il ribaltamento della sentenza, arrivato a distanza di poco più di un anno dalla condanna in primo grado del marzo 2025, rappresenta una svolta inaspettata in un’inchiesta che aveva visto la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma puntare il dito contro Calderon, descritto come un broker della droga al servizio dei clan capitolini. La Procura generale, rappresentata in aula dai sostituti Pantaleo Polifemo ed Eugenio Rubolino, aveva richiesto la conferma dell’ergastolo, insistendo persino sul riconoscimento dell'aggravante del metodo mafioso, non concessa in primo grado. Tuttavia, la Corte di secondo grado ha optato per una soluzione radicalmente opposta, decretando che l’argentino non c’entra con la morte del narco-ultrà.
A rendere ancora più complesso il quadro della vicenda, solo pochi giorni fa era andata in onda su Rai 2 l’intervista di Francesca Fagnani a “Belve Crime”, che aveva come protagonista Rina Bussone, ex compagna di Calderon nonché figura centrale nelle indagini. Fu proprio lei a fornire particolareggiate dichiarazioni ai magistrati, raccontando di aver ascoltato una sorta di confessione dal suo uomo nei momenti immediatamente successivi all’omicidio: “Parto per Roma e raggiungo Raul, lui mi porta in camera da letto, abbassa la serranda e mi dice a bassa voce: ho ammazzato Diabolik”. Nella stessa intervista, la Bussone – descrivendo il legame viscerale che la univa al compagno (“Ci siamo tatuati i nostri occhi, proprio perché simboleggiava che noi ci guardavamo sempre le spalle”) – aveva alimentato la tesi della colpevolezza, che oggi viene invece completamente sconfessata in appello.
Un delitto senza esecutore materiale e le ombre sulle prove
La dinamica dell’agguato, avvenuto al crepuscolo in una delle aree verdi più frequentate della Capitale, è stata ricostruita nei minimi dettagli: Piscitelli, 53 anni, venne sorpreso alle spalle mentre era seduto su una panchina; l’assassino, indossando una tuta da runner per mimetizzarsi tra i jogging della domenica, gli si avvicinò e fece fuoco con un solo, letale proiettile alla testa. Nonostante la chiarezza della scena del crimine, la Corte d’assise d’appello ha ritenuto che le prove raccolte non fossero sufficienti a inchiodare Calderon. Il suo difensore, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ha commentato l’esito del processo come “la conclusione giusta, l’unica possibile alla luce delle prove”, sottolineando come già in primo grado la condanna fosse forzata data l’assenza di riscontri oggettivi.
Sebbene scagionato per il delitto “Diabolik”, Calderon non è certo un volto nuovo per la cronaca nera romana. L’uomo, infatti, si trova attualmente a scontare una condanna a 12 anni per il tentato omicidio dei fratelli Costantino e, solo un mese prima di questa assoluzione, aveva ricevuto un altro ergastolo in appello per l’omicidio di Selavdi Shehaj, ucciso su una spiaggia di Torvaianica nel 2020. Per i giudici, quindi, non c’è alcuna contraddizione: Calderon è sì un pericoloso criminale legato a doppio filo al traffico di droga, ma non è stato lui a premere il grilletto quel 7 agosto. Resta, di conseguenza, un vuoto investigativo colmato solo in parte, con la figura dell’esecutore materiale che torna a essere un’incognita.
La reazione della difesa e la richiesta di acquisizione dell’intervista tv
In attesa di leggere le motivazioni della sentenza che spiegheranno i vuoti dell’impianto accusatorio, l’attenzione si sposta ora su un particolare formale ma significativo. Subito dopo l’assoluzione, i Carabinieri hanno ufficialmente richiesto alla Rai l’acquisizione dell’intera registrazione dell’intervista rilasciata da Rina Bussone a “Belve Crime”. Un passaggio quasi dovuto, vista l’importanza delle dichiarazioni della donna nel corroborare la tesi d’accusa in primo grado, nonché la necessità di vagliare eventuali discrepanze o elementi nuovi emersi dal racconto rilasciato in tv. La difesa, dal canto suo, si è detta soddisfatta del verdetto, ribadendo la totale estraneità del proprio assistito. Il caso “Diabolik”, quindi, si riapre sotto un’altra luce: senza un condannato, ma con l’ombra lunga di un mistero ancora fitto su chi abbia davvero orchestrato e compiuto l’omicidio nel parco.




