Scuola, le tre anomalie che riguardano gli insegnanti in Italia
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Redazione Esteri
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L'ultimo rapporto Education at a Glance 2026 dell'Ocse mette in fila i numeri di un sistema scolastico che, sul fronte del corpo docente, presenta almeno tre anomalie rispetto al resto dell'area dell'organizzazione. Il documento, presentato alla fine di settembre, incrocia i dati retributivi con quelli anagrafici e con le storie professionali di chi insegna, restituendo un quadro in cui le criticità si intrecciano tra loro.
Il nodo degli stipendi
La prima anomalia riguarda la retribuzione. In Italia chi insegna percepisce molto meno non solo rispetto ai colleghi di altri Paesi, ma anche rispetto agli altri lavoratori con un titolo di studio universitario. Gli insegnanti della scuola dell'infanzia guadagnano in media il 36% in meno di un laureato impiegato in un altro settore, mentre per quelli della secondaria di primo grado il divario è del 33%.
Il fenomeno si inserisce in un contesto più ampio: nel nostro Paese il vantaggio salariale di chi possiede una laurea rispetto a chi ha solo il diploma si ferma al 35%, contro una media Ocse del 54%. Il rapporto rileva anche che la spesa pubblica per l'istruzione primaria e secondaria non terziaria è scesa dal 2,8% al 2,7% del Pil tra il 2015 e il 2023, rimanendo sotto la media internazionale.
A confermare l'insoddisfazione economica c'è un dato sulla percezione: tra i docenti italiani delle medie appena il 22,6% si dichiara soddisfatto del proprio stipendio, una quota che nella media dei Paesi dell'organizzazione sale al 38,7%. Il rapporto segnala però che l'Italia ha recentemente adottato misure per aumentare le retribuzioni degli insegnanti, un intervento che si inserisce in un quadro di progressivo recupero dopo anni di contrazione.
La seconda carriera come scelta frequente
La seconda anomalia riguarda il modo in cui si arriva in cattedra. In Italia il 14,9% degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado ha svolto un'altra professione prima di iniziare a insegnare, una percentuale quasi doppia rispetto alla media Ocse dell'8,4%. Non si tratta di un fenomeno marginale, ma di una caratteristica strutturale del reclutamento: l'assunzione di docenti che provengono da altri settori è una strategia diffusa per far fronte alla carenza di personale, e nel nostro Paese riguarda una fetta consistente del corpo insegnante.
Per molti, dunque, la scuola non è stata la prima scelta professionale, ma una seconda carriera intrapresa dopo anni trascorsi altrove.
Un corpo docente tra i più anziani
La terza anomalia è anagrafica. Nel 2024 il 36% degli insegnanti italiani della scuola secondaria aveva 55 anni o più, contro una media internazionale che si ferma al 25%. Il dato è in calo rispetto al 46% registrato nel 2015, ma resta tra i più alti dell'area Ocse. La quota di docenti under 30 è marginale, e l'età media del corpo insegnante italiano si attesta intorno ai 48 anni, tre in più rispetto alla media dell'organizzazione.
Un invecchiamento che si intreccia con il calo demografico: l'Ocse prevede che tra il 2024 e il 2033 il numero di bambini tra i 5 e i 14 anni in Italia diminuirà del 18%, con effetti sul fabbisogno futuro di insegnanti.
Sul fronte della permanenza in servizio, il rapporto rileva un dato che distingue l'Italia: solo il 3% dei docenti tra i 30 e i 49 anni della secondaria di primo grado dichiara di voler cambiare lavoro nei cinque anni successivi. Una fedeltà al posto di lavoro che, nel contesto italiano, riflette anche una permanenza occupazionale generalmente elevata: il 49% degli occupati nel Paese ha almeno dieci anni di anzianità nello stesso impiego.
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