Più studi sulla cannabis per fibromialgia e neuropatie, la ricerca accelera in Italia

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il Corpo umano, quando urta contro uno spigolo o si scotta con una fiamma, di solito elabora un dolore che scompare in pochi secondi, quasi come se quel segnale d’allarme avesse esaurito la sua funzione protettiva. Per centinaia di milioni di persone nel mondo, però, quella sensazione non si spegne mai: dura giorni, mesi, anni, resistendo ai farmaci e sopravvivendo persino alla guarigione del tessuto che l’aveva originata. È il paradosso del dolore cronico – uno dei problemi più ostinati della medicina contemporanea – e proprio a questo buco nero terapeutico prova a rispondere la cannabis, spingendo un gruppo di medici ed esperti riuniti a Napoli a chiedere più risorse per la ricerca clinica. L’incontro, intitolato “S.T.A.R. – Scienza, Terapia Antalgica e Ricerca” e ospitato al Centro Congressi dell’Università Federico II, ha visto la partecipazione di specialisti del dolore, rappresentanti del sistema sanitario e ricercatori, tutti concordi su un punto: servono studi mirati sulla fibromialgia e sulle neuropatie periferiche, quelle che spesso compaiono dopo un ciclo di chemioterapia e che nessun antidolorifico tradizionale sembra domare del tutto.

Dal laboratorio militare di Firenze alle prime somministrazioni a Messina

Mentre a Napoli si discuteva di strategie, al Policlinico di Messina si passava ai fatti. È stato attivato un laboratorio galenico per la preparazione della cannabis terapeutica, e le prime somministrazioni su pazienti selezionati – tutti ricoverati – sono già cominciate. Le infiorescenze, va precisato, arrivano dallo stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze e sono “titolate”: un termine tecnico che garantisce una percentuale precisa e nota di cannabinoidi, eliminando l’incertezza sui principi attivi. Nessuna improvvisazione, dunque, ma un protocollo che trasforma la sostanza in un farmaco vero e proprio, dosabile come qualsiasi altra molecola. Per i malati di fibromialgia, quelli che descrivono il come una ferita aperta senza una causa evidente, si apre una strada ancora accidentata ma finalmente tracciata.

Il cortocircuito del dolore che non guarisce mai

La scienza, occorre ammetterlo, non ha ancora dato una risposta definitiva alla domanda fondamentale: perché il continua ad avvertire dolore anche quando il tessuto danneggiato è guarito? È come se il circuito cerebrale preposto all’allarme restasse bloccato in posizione “on”, senza un interruttore per spegnerlo. La cannabis, con i suoi cannabinoidi che interagiscono con i recettori endocannabinoidi disseminati nel sistema nervoso, rappresenta una delle ipotesi più promettenti per riprogrammare quel circuito. Ma le evidenze cliniche, al momento, sono ancora frammentarie. Di qui la richiesta, emersa con forza a Napoli, di moltiplicare gli studi randomizzati e controllati, specialmente per quelle neuropatie periferiche indotte dai chemioterapici che trasformano la sopravvivenza al cancro in una condanna a una sofferenza cronica.

Un effetto antinfiammatorio da ridimensionare? I nuovi dati che complicano il quadro

Se da un lato cresce l’ottimismo sulla dimensione analgesica della cannabis, dall’altro una ricerca appena pubblicata sulla rivista “Brain, Behavior, and Immunity” invita a fare i conti con un possibile equivoco. Lo studio, che ha analizzato complessivamente 46 indagini internazionali coinvolgendo 54.382 partecipanti adulti (una delle panoramiche più ampie mai realizzate sugli effetti immunologici dei cannabinoidi), mette in discussione l’idea diffusa secondo cui la cannabis possieda effetti antinfiammatori chiari e universalmente benefici. Tradotto: non è affatto scontato che ridurre l’infiammazione significhi automaticamente ridurre il dolore cronico, né che i cannabinoidi agiscano come antinfiammatori in tutte le condizioni. Un paradosso solo apparente, perché nel dolore che non si spegne mai il sistema immunitario gioca un ruolo ancora poco compreso. La strada, insomma, è lastricata di domande aperte: e proprio per questo, insistono i ricercatori napoletani, servono studi clinici dedicati, disegnati su patologie specifiche come la fibromialgia e le neuropatie da chemioterapia, senza cadere nella tentazione di generalizzare.

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