Il caffè, quel sospettato speciale: Bassetti e la scienza lo riabilitano, ma con dosi e modi precisi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Per un tempo che qualcuno potrebbe definire sospettosamente lungo, il caffè è stato guardato con la stessa cautela riservata a certi peccati di gola: qualcosa da concedersi, sì, ma con parsimonia, quasi fosse un vizietto da tenere a bada. Oggi, però, il paradigma sembra destinato a mutare, e a rimettere ordine nella percezione comune di questa bevanda, simbolo stesso dell'italianità nel mondo, ci pensa Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova. In un'analisi approfondita che ripercorre anche le tappe di una certa demonizzazione storica, lo specialista — ed è questo il passaggio cruciale — non si limita a una semplice riabilitazione di facciata, ma scava nei meccanismi biologici che legano la tazzina al nostro metabolismo. La domanda che molti italiani, a giudicare dalle statistiche di ricerca su Google, si pongono con frequenza è se il caffè possa effettivamente far dimagrire, e la risposta, come spesso accade in campo scientifico, è tutt'altro che semplicistica o miracolistica.

L'effetto termico e i numeri del dispendio energetico

Bassetti, interpellato dal Corriere della Sera, entra nel merito dei processi fisiologici spiegando che la caffeina, lungi dall'essere un mero eccitante, è un alcaloide capace di innescare una reazione a catena. Bloccando l'adenosina, la molecola che favorirebbe il sonno e rallenterebbe l'attività neuronale, la sostanza stimola la produzione di calore e, di conseguenza, l'utilizzo dei grassi come fonte primaria di energia. Il dato, che cattura l'attenzione, è percentuale: il dispendio energetico può subire un incremento che oscilla fra il 3% e il 12%. Questo non significa, e il medico tiene a sottolinearlo con forza, che sorseggiare un espresso equivalga a bruciare grassi in modo automatico e significativo; piuttosto, la bevanda si configura come un coadiuvante, un piccolo accelerante all'interno di un percorso strutturato che deve basarsi su alimentazione controllata e attività fisica. La premessa, per chi spera in una soluzione rapida, è dunque chiara: la tazzina da sola non opera miracoli.

Oltre la caffeina: polifenoli e salute a lungo termine

Ma le virtù del caffè, se così vogliamo chiamarle, non si esauriscono con questo pur interessante effetto termogenico. La ricerca, e Bassetti la cita con dovizia di particolari, ha spostato l'attenzione su un intero universo di composti bioattivi, tra cui spiccano i polifenoli, noti per la loro azione antiossidante e antinfiammatoria. Sono queste molecole, più che la sola caffeina, a giocare un ruolo potenzialmente protettivo nei confronti di patologie complesse come il diabete di tipo 2, l'infarto e l'ictus. C'è di più: studi recenti, alcuni dei quali pubblicati su riviste del calibro di Nature Microbiology, suggeriscono che il caffè possa influenzare positivamente il microbiota intestinale, modulando la composizione di quelle comunità batteriche che, come ormai noto, hanno un impatto profondo sul metabolismo generale e sulla risposta immunitaria. Il consumo moderato e regolare, sempre nell'ordine di due-tre tazzine al giorno, viene associato a una riduzione della mortalità per tutte le cause nell'ordine del 15-17%, un dato osservazionale che, per quanto non dimostri un nesso causale diretto, è troppo robusto per essere ignorato.

La soglia di sicurezza e i distinguo individuali

Qual è, a questo punto, il confine da non varcare per un adulto sano che voglia beneficiare di questi effetti senza incorrere in spiacevoli controindicazioni? La letteratura scientifica, e l'infettivologo genovese la interpreta con pragmatismo, indica una soglia di sicurezza aggirantesi attorno ai 400 milligrammi di caffeina al giorno, una quantità che, tradotta in tazzine di espresso italiane, corrisponde all'incirca a quattro o cinque. Il limite, però, non è universale e deve fare i conti con la variabilità individuale: per chi soffre di ipertensione, gastrite, ansia o insonnia, la prudenza deve essere maggiore, così come in gravidanza, dove la dose raccomandata si dimezza. Inoltre, per sfatare un luogo comune, non esiste un orario di chiusura universalmente valido per il consumo, dato che l'emivita della caffeina — il tempo cioè che l'organismo impiega per smaltirne la metà — può variare dalle quattro alle sei ore a seconda del metabolismo del singolo individuo.

Demografia di un rito e cautele generazionali

Parallelamente al dibattito scientifico sui benefici, emergono dati che fotografano l'abitudine italiana con precisione quasi sociologica. Se è vero che nel nostro Paese si consumano circa 35 miliardi di tazzine all'anno, consolidando il caffè come un rito sociale inamovibile, è altrettanto vero che le nuove generazioni mostrano un rapporto più sfumato con la bevanda. Dalle analisi emerge che quasi tre italiani su quattro si definiscono bevitori regolari o accaniti, con una fetta consistente della popolazione over 35 che non riesce nemmeno a concepire l'inizio della giornata senza la propria dose di caffeina. Tuttavia, nella fascia d'età compresa fra i 18 e i 24 anni, aumenta sensibilmente la quota di coloro che prediligono il tè o che, comunque, ritengono esista un limite giornaliero al consumo di caffè da non oltrepassare. Un'attenzione, quest'ultima, che Bassetti condivide quando si parla di bambini sotto i 12 anni, per i quali è consigliabile evitare l'assunzione abituale di caffeina. Una raccomandazione che, a ben guardare, varrebbe forse ancor di più per le bevande zuccherate e gli energy drink, il cui impatto metabolico — conclude amaramente il medico — è spesso ben peggiore di quello di una semplice, e per certi versi benefica, tazzina di caffè.

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