Mel Gibson compie 70 anni: una carriera hollywoodiana tra apici artistici e ombre personali
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Compie settant'anni, in questi giorni, una delle figure più stratificate e controverse che il cinema hollywoodiano ricordi, la cui parabola – oscillante tra la consacrazione popolare e l'autoemarginazione – riflette un temperamento per nulla incline ai compromessi. Nato a Peekskill da una famiglia dalle radici anglo-irlandesi, Mel Gibson, che ha alle spalle oltre sessanta pellicole come interprete e sei come regista, deve la sua esplosione planetaria alla saga post-apocalittica di “Mad Max”, divenuta, con lui nel ruolo del giustiziere solitario, il vessillo di una nuova cinematografia australiana. Quell'icona dell'action, dal fascino ribelle e ruvido, seppe poi traghettare il suo successo negli anni Novanta, decennio nel quale divenne una garanzia al botteghino con una serie di titoli di grande respiro commerciale, consolidando uno status che pochi altri attori della sua generazione hanno saputo ottenere.
Il passaggio alla regia e il monumento di "Braveheart"
Non contento di essere semplicemente una star, Gibson, la cui carriera si è sviluppata anche attraverso la sua casa di produzione, scelse presto di cimentarsi dietro la macchina da presa, rivelando un'ambizione autoriale che trovò il suo apice, e il massimo riconoscimento ufficiale, con “Braveheart – Cuore impavido”. Il kolossal storico, di cui fu regista e produttore, gli valse infatti due premi Oscar, consacrandolo come un cineasta capace di coniugare visione epica e consenso di critica. Quella parabola ascendente, che lo aveva visto anche essere il primo “Uomo più sexy del mondo” per la rivista People, sembrava preludere a una lunghissima permanenza nell'Olimpo dorato di Hollywood, dove godeva di una sostanziale benevolenza da parte dei molti colleghi e maestranze con cui aveva collaborato.
La svolta con "La Passione" e il crescente isolamento
La svolta, o forse la cifra più autentica di un carattere refrattario a qualsiasi forma di omologazione, giunse comunque all'inizio del nuovo millennio, quando decise di finanziare e dirigere un progetto considerato allora non commerciabile: “La Passione di Cristo”. Il film, girato in lingue antiche e incentrato sulle ultime ore di vita di Gesù, divenne un fenomeno culturale e di incassi straordinario, nonostante le aspre polemiche che lo accompagnarono per la cruda rappresentazione della violenza e per letture accusate di antisemitismo. Quel successo, per certi versi, segnò anche l'inizio di un progressivo distacco dall'establishment, un processo accelerato negli anni successivi da una serie di episodi personali gravissimi che lo portarono sotto i riflettori della cronaca nera e giudiziaria.
Le ombre della cronaca e il nuovo impegno in Italia
Le vicende giudiziarie, che videro l'attore affrontare procedimenti per guida in stato di ebbrezza e patteggiare in un caso di violenza domestica, unitamente a dichiarazioni pubbliche offensive che gli attirarono accuse di razzismo e antisemitismo, contribuirono a ridisegnarne pubblicamente l'immagine, trasformando l'ex sex symbol in una sorta di “paria” per una parte dell'industria. Oggi, mentre festeggia i settant'anni, Gibson si trova impegnato proprio in Italia, tra Cinecittà e Matera, nelle riprese del sequel di quel film che ne segnò la svolta, “La Resurrezione di Cristo”, progetto monumentale che testimonia la sua persistente volontà di percorrere strade autonome e fuori dagli schemi, lontano dalle mode del momento e dai dettami del pensiero dominante.




