Mel Gibson compie settant'anni, tra mito hollywoodiano e polemiche
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’attore e regista, nato a Peekskill, festeggia oggi un traguardo che coincide con un ritorno operativo al centro della scena creativa, dato che è attualmente impegnato nelle riprese italiane del suo nuovo progetto, "La Resurrezione di Cristo", sequel del colossal devozionale del 2004. Una carriera, la sua, che abbraccia oltre sessanta film come interprete e sei come regista, per una filmografia densa di successi popolari e scelte autoriali radicali, spesso finanziate in prima persona attraverso la sua Icon Productions, la casa di produzione che gli ha permesso di realizzare opere altrimenti rifiutate dagli studi maggiori.
L'ascesa di un'icona globale
Chi, nei primi anni Ottanta, avrebbe potuto prevedere che il giovane interprete scarmigliato e silenzioso di "Mad Max", pellicola cult che lo lanciò come volto della new wave australiana, sarebbe divenuto in breve tempo un sex symbol planetario, tanto da essere incoronato nel 1985 il primo "Sexiest Man Alive" dalla rivista People? Quel percorso, del resto, si è rivelato inarrestabile, segnato da una serie impressionante di blockbuster negli anni Novanta – ben dieci film da lui interpretati superarono il muro dei cento milioni di dollari di incasso solo negli Stati Uniti – e coronato dal doppio Oscar, per la regia e il miglior film, vinto nel 1996 con "Braveheart - Cuore impavido", epopea storica che ne consolidò il profilo di regista ambizioso e tecnicamente smaliziato.
La svolta controversa e il ruolo di "paria"
Se la parabola artistica sembrava inattaccabile, è nella sfera personale e pubblica che Gibson ha costruito, negli ultimi due decenni, una reputazione diametralmente opposta, trasformandosi in una sorta di zio impresentabile per l'establishment di Hollywood. L’arresto per guida in stato di ebbrezza nel 2006, con le esternazioni antisemite registrate dalle forze dell'ordine, e il successivo patteggiamento in un procedimento per violenza domestica hanno segnato un punto di non ritorno nella percezione pubblica, alimentando accuse di razzismo e antisemitismo già sollevate da alcune sue dichiarazioni passate, tra cui critiche alla teoria evolutiva di Darwin. Controversie che, inevitabilmente, hanno offuscato il giudizio sul suo lavoro, creando un paradosso per un uomo che, fino a quel momento, era stato descritto come professionista apprezzato da colleghi e maestranze.
Il potere della visione autoriale
Proprio in questa veste di outsider, tuttavia, Gibson ha saputo ritagliarsi uno spazio unico, sfidando le logiche del mercato con opere di forte impatto devozionale. "La Passione di Cristo", interamente girato in aramaico, latino ed ebraico con un budget autofinanziato, divenne infatti un fenomeno cinematografico globale, nonostante le feroci critiche ricevute per una rappresentazione giudicata da molti eccessivamente crudele e priva di sfumature. Quel successo inatteso, che lo rese nuovamente un autore capace di intercettare un pubblico vastissimo al di fuori dei circuiti tradizionali, è alla base del nuovo, ambizioso capitolo su cui sta lavorando, a dimostrazione di una resilienza professionale che continua a procedere per vie autonome, lontana dai salotti buoni della costa occidentale.
La sua filmografia, del resto, resta una testimonianza di una versatilità rara, capace di spaziare dall'azione più pura al dramma storico, dalla commedia al thriller, senza mai rinunciare a uno stile riconoscibile. Una carriera, quella di Mel Gibson, che si misura ormai più con il mito e con la leggenda – nelle sue accezioni sia luminose che oscure – che non con le ordinarie cronache dello star system.




