Il paragone che non sta in piedi: lo scambio di vedute Caressa-Bergomi sul flop Inter e il trentesimo posto del Napoli

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La moviola in studio, si sa, non si accende solo sui torti e le ragioni di un fallo da rigore, ma talvolta divampa sulle interpretazioni soggettive di una sconfitta, e il dopo partita di Sky Sport, con l’Inter appena eliminata dagli spareggi di Champions League per mano del Bodo/Glimt, ne ha fornito l’esempio più classico. Fabio Caressa, nel tentativo di inquadrare la dimensione del fallimento nerazzurro, ha azzardato un parallelismo con il cammino europeo del Napoli, scatenando la reazione immediata e stizzita di Giuseppe Bergomi, che ha difeso l’onore della sua ex squadra con argomentazioni tutt’altro che superficiali -3. Il nocciolo della disputa, al di là della semplice constatazione di un’eliminazione, risiede nella qualità del percorso che l’ha preceduta e nella forza oggettiva dell’ostacolo che l’ha determinata.

Caressa, nel suo ragionamento, partiva da una constatazione di fondo piuttosto lineare: una squadra che ha disputato la finale dell’edizione precedente non può e non dovrebbe uscire di scena prima ancora di varcare la soglia degli ottavi di finale, specialmente contro una compagine che, almeno sulla carta, parte con i favori del pronostico ampiamente sfumati -3. Nel suo intervento, il giornalista ha evocato le parole e l’espressione del volto di Nicolò Barella, interpretate come il segno di una rassegnazione che poco si addice a un club abituato a certi palcoscenici, per sostenere la tesi secondo cui quello contro i norvegesi sarebbe comunque un flop, e della stessa natura di quello partenopeo.

Una lettura, questa, che Bergomi ha prontamente ridimensionato, e lo ha fatto con il piglio di chi l’erba del campo l’ha calpestata e sa quanto possa variare la consistenza degli avversari. La replica dell’ex capitano è stata netta e si è fondata su un dato inconfutabile, quello della classifica finale della fase campionato: il Napoli di Antonio Conte, ha ricordato Bergomi, ha chiuso al trentesimo posto su trentasei, un piazzamento che fotografa una mediocrità costante e senza attenuanti, laddove l’Inter, invece, si è guadagnata l’accesso ai playoff con un percorso altalenante sì, ma comunque da ventesima, guadagnandosi almeno la possibilità di spareggiare per un posto tra le sedici -1-3.

Bodo/Glimt, una corazzata dal nome impronunciabile: la tesi di Bergomi sulla differenza di valore

Se il primo argomento a sfavore del paragone era di natura statistica, il secondo, per Bergomi, è di natura squisitamente tecnica e riguarda la reale percezione del valore dell’avversario. L’ex difensore ha invitato i presenti in studio e i telespettatori a non fermarsi alla scarsa conoscenza del nome Bodo/Glimt, un club che proviene da una cittadina di cinquantamila abitanti e che gioca su un sintetico in condizioni climatiche proibitive, per concentrarsi piuttosto su ciò che la squadra ha espresso nel corso di questa edizione della massima competizione europea -2-8. I norvegesi, va ricordato, hanno messo a referto vittorie pesantissime, battendo Manchester City e Atletico Madrid, e pareggiando in casa del Borussia Dortmund, risultati che ne fanno a tutti gli effetti una delle rivelazioni del torneo -2.

L’analisi di Bergomi si è spinta oltre il semplice risultato, sottolineando come l’Inter, a differenza del Napoli che non ha mai dato l’impressione di poter competere, abbia incrociato nel momento clou la squadra più in forma e probabilmente più attrezzata tra quelle impegnate ai playoff. Lo ha fatto con una rosa falcidiata da impegni ravvicinati e con il proprio capitano, Lautaro Martinez, out per infortunio, elementi che contestualizzano una sconfitta che, se letta in controluce, perde i connotati della débâcle totale per acquisire quelli, per quanto amari, di un ko contro un avversario semplicemente più preparato fisicamente e organizzato tatticamente in quel preciso frangente -1-5.

L’analisi tattica dell’ex capitano e la differenza sostanziale tra le due eliminazioni

Ma il punto più alto della replica di Bergomi, ciò che ha cercato di restituire complessità a un dibattito altrimenti destinato a banalizzarsi nello sterile confronto tra due delusioni, è stato l’approfondimento tecnico. L’ex nerazzurro ha spiegato come il Bodo/Glimt abbia impostato la propria strategia non tanto sulla forza bruta, quanto su una chiara idea di gioco, costringendo l’Inter a giocare larghissima, sugli esterni, per poi soffocare le fonti di gioco -1. La mancanza di saltatori in grado di puntare l’uomo, come evidenziato dal caso di Federico Dimarco, incrociatore di qualità ma non un dribblatore puro, ha reso prevedibile e inefficace la manovra offensiva italiana.

L’aver individuato la specifica ragione tecnica per cui l’Inter ha sofferto, e l’averlo fatto confrontando il cammino dei nerazzurri con quello di un Napoli che, al contrario, non ha mai messo in difficoltà nessuno se non forse se stesso, ha rappresentato la summa del pensiero di Bergomi. Per lui, insomma, definire i due percorsi come equivalenti è semplicemente “scorretto”, una forzatura giornalistica che ignora le sfumature e il differento spessore delle prestazioni: da un lato un’Inter che, pur perdendo, ha incrociato una squadra da ottavi di finale, dall’altro un Napoli mai realmente in corsa per qualcosa di più della semplice partecipazione -1-3-6.

L’eredità del sorteggio e il rammarico per un’occasione sprecata

A rendere ancora più pungente il confronto in studio è stata la consapevolezza, emersa nei giorni successivi, di ciò che il Bodo/Glimt avrebbe potuto rappresentare per il cammino europeo dell’Inter. Con il sorteggio degli ottavi che ha riservato ai norvegesi lo Sporting Lisbona, e con un quadro complessivo che vedeva sulla loro strada, tra le altre, squadre come Arsenal o Atletico Madrid, il rammarico in casa nerazzurra è cresciuto esponenzialmente -4-10. Non tanto per la forza dei portoghesi, ma per la consapevolezza che, forse, quella era davvero la via maestra per sognare un quarto di finale.

L’Inter, e questo è il punto sollevato indirettamente nel dibattito, ha sprecato un’occasione che il campo, poi, ha dimostrato essere meno impervia di quanto si potesse immaginare alla vigilia della doppia sfida con i norvegesi. La stessa dirigenza e i tifosi hanno dovuto fare i conti con l’amara constatazione che il Bodo, pur fortissimo, non era invincibile, e che superare quello scoglio avrebbe significato proiettarsi verso un tabellone potenzialmente favorevole. Un rimpianto che, se possibile, allontana ancora di più l’ipotesi di un accostamento con il Napoli, la cui eliminazione, avvenuta direttamente al termine della fase a gironi, non ha nemmeno lasciato spazio a quel genere di “se” e di “ma” che da sempre accompagnano le notti di coppa.

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