Nebbia e pioggia al Tour de France, Arensman sorprende nel tappone pirenaico
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Redazione Sport
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Le nuvole basse che avvolgevano Superbagnères, a 1804 metri di quota, hanno fatto da cornice a un arrivo inedito, quello dell’olandese Thymen Arensman, capace di strappare una vittoria che pochi, nella quattordicesima tappa del Tour de France, si aspettavano di vedere firmata da un nome diverso da quelli ormai abituali. La fatica pirenaica, con i suoi 5000 metri di dislivello e le salite leggendarie come il Tourmalet, l’Aspin e la Peyresourde, sembrava destinata a essere ancora una volta il terreno di scontro tra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard. Invece, per una volta, i due hanno preferito una tregua tattica, lasciando spazio a chi, come Arensman, aveva deciso di lanciarsi in una fuga audace.
A soli 25 anni, il corridore della Ineos ha costruito il successo chilometro dopo chilometro, staccando uno dopo l’altro i compagni di fuga sulle rampe del Tourmalet, dove la storia del Tour si è scritta più volte. «Oggi ero nella forma della vita, mi sembra tutto incredibile», ha confessato Arensman al traguardo, con quella miscela di sorpresa e orgoglio tipica di chi sa di aver colto un’occasione unica. Per lui, già vincitore di una tappa alla Vuelta nel 2022, questo trionfo al Tour rappresenta un salto di qualità, soprattutto dopo un Giro d’Italia deludente che lo aveva lasciato con la voglia di riscatto.
Pogacar, da parte sua, ha ammesso di aver cercato fino all’ultimo di aggiungere un altro successo al suo già ricco bottino. «Eravamo vicini a un’altra vittoria di tappa – ha detto – ma oggi Arensman è stato molto forte». Quanto a Vingegaard, il danese ha provato a insidiare lo sloveno nello sprint per il secondo posto, senza successo. «Tadej non partiva e ci ho provato io», ha spiegato, confermando una rivalità che, almeno per un giorno, ha lasciato il posto a dinamiche inaspettate.
La vittoria di Arensman regala un po’ di luce alla Ineos, squadra che in questa edizione del Tour non aveva ancora brillato. Ma la festa è stata offuscata dal caso Rozman, un episodio di cronaca nera che ha riportato l’attenzione su questioni esterne alla corsa, dimostrando come il mondo del ciclismo, pur concentrato sulle imprese sportive, non possa sempre evitare di fare i conti con realtà più complesse.




