A Isfahan gli Usa rinunciano alle bombe anti-bunker: "Struttura troppo profonda"
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Redazione Esteri
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Il raid americano su Isfahan, nel cuore dell’Iran, ha lasciato intendere più di quanto non abbia effettivamente colpito. Secondo quanto riferito dal generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, le forze armate hanno deciso di non impiegare le cosiddette bunker buster contro uno dei principali siti nucleari iraniani, nonostante fosse tra gli obiettivi designati. La motivazione, spiegata ai legislatori, è tecnica: la struttura, che ospita il 60% delle scorte di uranio arricchito del Paese, è situata a una profondità tale da rendere inefficaci le munizioni speciali.
Il Pentagono, in una mossa che sembra più un messaggio che una confessione, ha diffuso un video dimostrativo sul funzionamento di queste bombe, ripreso durante un test precedente ai bombardamenti. Le immagini, però, non mostrano quanto avvenuto a Isfahan, Fordow o Natanz, ma servono a ribadire la capacità operativa degli Usa. L’amministrazione Trump, che ha scelto la linea dura contro Teheran, ha così voluto lanciare un monito non solo all’Iran, ma anche a Russia e Cina, senza però spingersi oltre i limiti dettati dalla valutazione strategica.
Intanto, l’attacco – considerato un successo per la sua portata dissuasiva – ha evitato, almeno per ora, una risposta militare diretta da parte iraniana. Parallelamente, la Nato ha trovato un’intesa per alzare al 5% del Pil gli investimenti nella Difesa, segnando un ulteriore passo verso il rafforzamento dell’apparato bellico occidentale.




