Mattia Furlani, l'oro mondiale che parla italiano
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Redazione Sport
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Sotto il tunnel dello stadio di Tokyo, il suo inconfondibile cespuglio di capelli annuncia l'arrivo di un fenomeno. Mattia Furlani, appena diciannovenne, è diventato il più giovane campione mondiale della storia dell'atletica azzurra, primato che strappa a Michele Didoni, vincitore della marcia 20 km nel 1995. In quell'attimo di vertigine, tra lo stupore per un'impresa che lui stesso definisce «fantascienza» e l'attesa dell'inno nazionale, la sua richiesta più immediata è stata un semplice bicchiere d'acqua, a suggellare una normalità che è il fondamento del suo straordinario talento.
Il suo mondo, quello che l'ha forgiato e condotto fin lassù, ruota attorno a un nucleo familiare che è stato allo stesso tempo rifugio e fucina. La madre, Kathy Seck, ha ricoperto il duplice e delicatissimo ruolo di genitore e allenatrice, consapevole dei rischi che un simile rapporto può comportare. In un’intervista ha ammesso di aver dovuto a volte «difendere il territorio», percependo il giudizio altrui basato su esperienze fallimentari. Quella sintonia, costruita con pazienza, ha però prodotto il suo risultato più eclatante: un titolo mondiale conquistato in perfetta armonia «tra panchina e campo». Lei, che è riuscita a contenerne l'irruenza istintiva, è stata la sua guida; lui, che nel momento del trionfo più assoluto non ha dimenticato di ringraziarla, dimostrando un legame che va oltre il sport.
Accanto alla figura materna, c'è quella della sorella Erika, che dalla sua casa di Rieti ha vissuto l'emozione della finale con un nodo in gola particolare. Incinta, e per questo costretta al riposo forzato, non ha potuto essere in Giappone e per quel fratello così speciale ha versato «lacrime calde e abbondanti», forse per gli ormoni, forse perché – come ha spiegato – «quando stai per diventare mamma vedi una storia come quella di Mattia da un altro punto di vista». Un'assenza pesante, che ha aggiunto un velo di malinconia a una gioia altrimenti perfetta.




