Morto Ratko Mladic, il boia di Srebrenica: l'ergastolo per genocidio si è spento all'Aja
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Redazione Esteri
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Ratko Mladić, il generale serbo-bosniaco condannato all'ergastolo per il genocidio di Srebrenica, è morto all'età di 84 anni nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all'Aja, dove stava scontando la pena che la giustizia internazionale gli aveva inflitto per le atrocità commesse durante la guerra in Bosnia.
L'ex comandante delle forze serbo-bosniache, soprannominato dalla stampa internazionale "il macellaio della Bosnia" e "il boia di Srebrenica", era malato da tempo e aveva subito un ictus e un infarto che ne avevano aggravato le condizioni di salute, ma nonostante le richieste di scarcerazione per motivi umanitari, la condanna all'ergastolo non è mai stata convertita.
Il genocidio di Srebrenica e la condanna all'ergastolo
Il nome di Ratko Mladić resta legato indissolubilmente al massacro di Srebrenica, l'11 luglio 1995, quando le sue truppe conquistarono l'enclave musulmana che le Nazioni Unite avevano dichiarato area protetta. In quei giorni, le milizie serbo-bosniache separarono dagli altri almeno 8.372 uomini e ragazzi bosgnacchi, che vennero sistematicamente giustiziati e sepolti in fosse comuni nel giro di poche ore, in quella che è stata riconosciuta come la peggiore strage in Europa dalla Seconda guerra mondiale.
Il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia lo incriminò già nel 1995, ma Mladić riuscì a sottrarsi alla cattura per quasi sedici anni, diventando uno dei latitanti più ricercati al mondo prima dell'arresto, avvenuto nel 2011.
La sentenza di condanna all'ergastolo arrivò il 22 novembre 2017, quando i giudici dell'Aja lo riconobbero colpevole di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra, definendo i suoi crimini "tra i più efferati conosciuti dall'umanità". Il verdetto fu confermato in appello nel giugno 2021, chiudendo definitivamente il capitolo giudiziario di uno dei principali artefici della pulizia etnica in Bosnia, insieme a Slobodan Milošević e Radovan Karadžić.
L'assedio di Sarajevo e la strategia del terrore
Oltre al genocidio di Srebrenica, Mladić fu ritenuto responsabile della campagna di terrore che paralizzò Sarajevo per quasi quattro anni, dove le sue forze assediarono la capitale bosniaca dalle colline circostanti, colpendo sistematicamente i civili con bombardamenti e cecchini, causando la morte di oltre 1.600 bambini solo durante l'assedio.
I giudici accertarono anche il suo coinvolgimento nelle persecuzioni, nelle deportazioni e nell'espulsione forzata di bosniaci musulmani e croati da vaste aree della Bosnia, dimostrando che il suo obiettivo criminale era quello di realizzare la "Grande Serbia" attraverso la sistematica eliminazione della popolazione non serba. Le sue truppe mantennero Sarajevo isolata, senza luce, gas e acqua, mentre istituivano campi di concentramento per i civili e uccidevano i prigionieri in esecuzioni di massa.
Quando nel 1992 iniziò la guerra etnica in Bosnia, Mladić era già diventato il comandante delle forze serbo-bosniache, vantandosi di essere un "Dio serbo" e ordinando alle sue truppe di "bruciare i cervelli" dei musulmani bosniaci.
Reazioni e negazionismo storico
La morte di Mladić riapre una ferita profonda per le associazioni delle vittime di Srebrenica, come le "Mothers of Srebrenica", che da decenni lottano per la verità e la giustizia, anche se ancora oggi quasi un migliaio di persone uccise nel massacro risultano disperse e senza una sepoltura.
Nonostante le sentenze definitive dei tribunali internazionali, il negazionismo del genocidio rimane diffuso in ambienti nazionalisti serbo-bosniaci, dove Mladić continua a essere considerato un eroe e un difensore del proprio popolo, e la glorificazione dei condannati per crimini di guerra rappresenta un ostacolo al processo di riconciliazione nella regione dei Balcani.
L'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato l'11 luglio come giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica, ribadendo che i crimini commessi costituiscono un monito per l'intera comunità internazionale e che il dovere di difendere la verità storica e contrastare la negazione del genocidio è una responsabilità condivisa da tutti gli Stati.
Il lascito di un criminale di guerra
La morte di Ratko Mladić segna la fine di un'era per il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, che lo aveva elevato a simbolo della brutalità delle guerre balcaniche degli anni Novanta, conflitti che causarono la morte di oltre 100.000 persone e più di un milione di sfollati. Per la giustizia internazionale, Mladić resterà uno dei peggiori criminali mai giudicati, un comandante che ordinò la pulizia etnica e attuò il genocidio, dimostrando come l'ideologia nazionalista e suprematista possa portare alle più estreme manifestazioni di violenza contro i civili.
La sua morte in carcere, senza mai aver mostrato pentimento per i crimini commessi, lascia un'eredità complessa e dolorosa per le vittime e per le nuove generazioni, chiamate a fare i conti con un passato che non può essere consegnato definitivamente ai libri di storia, ma che richiede un continuo impegno per la difesa della memoria e della giustizia.
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