Morto all'Aja Ratko Mladic, il "boia della Bosnia" condannato all'ergastolo per il genocidio di Srebrenica
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Redazione Esteri
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La morte ha raggiunto Ratko Mladic nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all'Aja, dove scontava l'ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità: l'ex comandante dell'esercito della Repubblica Srpska, soprannominato il "boia della Bosnia" per il ruolo avuto nel massacro di Srebrenica e nell'assedio di Sarajevo, si è spento all'età di 84 anni nell'ospedale penitenziario olandese.
La notizia, riportata per prima dall'emittente pubblica serba Rts e poi raccolta dai tabloid di Belgrado, arriva a distanza di anni dalla conclusione di un iter giudiziario che ne aveva sancito la responsabilità penale per le atrocità commesse durante il conflitto che insanguinò la Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995.
Condannato in via definitiva nel 2021, con la conferma dell'ergastolo da parte dei giudici d'appello del Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali, Mladic era detenuto da tempo in una struttura sanitaria all'interno del carcere, costretto a letto da circa un anno e mezzo a causa delle gravi condizioni di salute che lo avevano colpito.
Le coordinate giudiziarie di una condanna storica
Il percorso processuale che ha portato alla cella di Mladic ha origini lontane, e si inserisce nel più ampio quadro della giustizia internazionale chiamata a giudicare i responsabili delle guerre jugoslave: latitante per quasi sedici anni dopo la fine del conflitto, protetto da una rete che gli permetteva di muoversi tra la Bosnia orientale e la periferia di Belgrado, il generale serbo-bosniaco fu infine arrestato nel maggio del 2011 in un villaggio vicino alla capitale serba e immediatamente estradato all'Aja per affrontare il processo.
Nel novembre del 2017, il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia lo dichiarò colpevole di dieci degli undici capi d'accusa a lui contestati, riconoscendolo responsabile del genocidio di Srebrenica, delle persecuzioni, delle deportazioni e degli omicidi di civili, nonché della campagna di terrore attuata contro la popolazione di Sarajevo attraverso un prolungato assedio fatto di bombardamenti e colpi di cecchino.
La sentenza di primo grado venne integralmente confermata in appello nel giugno del 2021, chiudendo definitivamente la partita giudiziaria per uno dei più importanti criminali di guerra degli ultimi decenni.
Il genocidio di Srebrenica e l'assedio di Sarajevo
Il nome di Ratko Mladic resterà per sempre legato a due pagine tra le più oscure della storia europea recente: la prima è il massacro di Srebrenica, dove nel luglio del 1995 le sue truppe, dopo aver preso il controllo dell'enclave dichiarata "area protetta" dalle Nazioni Unite, separarono gli uomini e i ragazzi bosgnacchi dalle loro famiglie per giustiziarli in modo sistematico. Dei circa 8.000 musulmani bosniaci uccisi in quei giorni, molti erano adolescenti e uomini disarmati, e i loro corpi vennero gettati in fosse comuni per essere poi dissotterrati con i bulldozer e sparsi in altre aree di sepoltura, in un tentativo disperato di cancellare le tracce del crimine. L'altro capitolo di accusa riguarda l'assedio di Sarajevo, durato 44 mesi, durante il quale le forze serbo-bosniache sotto il suo comando sottoposero la città a un incessante bombardamento e a tiri di cecchino che provocarono la morte di circa 10.000 cittadini, in una strategia di terrore che mirava a piegare la resistenza della popolazione civile.
Il dramma personale della figlia Ana
Al di là delle aule di giustizia, la biografia di Mladic si intreccia con una vicenda umana di straordinaria intensità, che la scrittrice spagnola Clara Usón ha raccontato nel romanzo "La figlia" edito da Sellerio: nel marzo del 1994, ad appena 23 anni, la secondogenita Ana si tolse la vita con un colpo di pistola, un gesto che molti interpretarono come l'impossibilità di sostenere il peso della verità sulle atrocità commesse dal padre.
La ragazza, studentessa di medicina a Belgrado che aveva sempre idolatrato il generale fino a considerarlo un eroe, avrebbe scoperto la realtà dei crimini di cui si era macchiato, rimanendo devastata dalla consapevolezza del male che il padre infliggeva.
Mladic, che non accettò mai l'ipotesi del suicidio parlando sempre di un omicidio, volle deporre delle rose sulla tomba di Ana il giorno stesso del suo arresto, prima di essere trasferito all'Aja: una scena che restituisce tutta la complessità di un uomo capace di efferatezze inaudite e, allo stesso tempo, di un affetto profondo per la figlia che amava definire "figlio mio".
Le reazioni e le letture opposte di una morte annunciata
La notizia della morte di Mladic, come era inevitabile, ha generato reazioni diametralmente opposte nei luoghi che hanno subito i suoi crimini come in quelli dove ancora viene considerato un eroe nazionale: mentre a Sarajevo, a Prijedor, a Srebrenica e nelle altre città della Bosnia che portano le cicatrici della pulizia etnica la scomparsa del "boia" è stata accolta come una liberazione, in Serbia e nella Republika Srpska i media filogovernativi hanno reso omaggio alla memoria del "generale" e del "comandante eterno".
Negli ultimi mesi la Serbia aveva addirittura chiesto il rilascio umanitario dell'ex comandante per motivi di salute, data la gravità delle sue condizioni e il suo status di malato terminale, ma il Meccanismo per i tribunali penali dell'Aia aveva sempre respinto le richieste, sostenendo che in carcere riceveva le cure palliative adeguate alla situazione.
Le reazioni della comunità internazionale, intanto, si sono concentrate sulla portata storica di una condanna che, pur non potendo restituire la vita alle migliaia di vittime, ha rappresentato una tappa fondamentale nel percorso di affermazione della giustizia internazionale.
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