Morto all'Aja Ratko Mladic, il generale condannato all'ergastolo per il genocidio di Srebrenica
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Si è spento all'Aja, nell'ospedale del centro di detenzione delle Nazioni Unite a Scheveningen, Ratko Mladic, l'ex comandante militare dei serbo-bosniaci condannato all'ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
La notizia del decesso dell'uomo che è stato soprannominato il "macellaio di Srebrenica", avvenuto all'età di 84 anni dopo una lunga malattia che lo aveva costretto a letto da oltre un anno e mezzo, è stata confermata giovedì 27 agosto dai media serbi e dalla sottosegretaria di Stato presso il Ministero dei Diritti Umani e delle Minoranze della Serbia, Lidija Pavićević, la quale ha riferito di aver ricevuto la conferma direttamente dal figlio dell'ex generale, Darko Mladić.
La carriera militare e il ruolo nella guerra in Bosnia
Nato nel 1943 a Kalinovik, un villaggio a sud di Sarajevo, Mladic vide la propria esistenza segnata dalla violenza fin dall'infanzia: a soli due anni, infatti, suo padre, un partigiano del maresciallo Tito, venne ucciso dagli ustascia, i fascisti croati. Cresciuto nella Jugoslavia socialista, intraprese la carriera militare diplomandosi all'Accademia Militare dell'Esercito Popolare Jugoslavo a Belgrado con il massimo dei voti, per poi scalare rapidamente i ranghi grazie a uno stile di comando aggressivo e inflessibile.
Con l'inizio del dissolvimento della Jugoslavia, Mladic venne inviato in Croazia per comandare il 9º Corpo della JNA, ma fu con lo scoppio della guerra in Bosnia che il suo nome venne impresso indelebilmente nella storia come uno dei più feroci criminali di guerra. Nel maggio del 1992, l'assemblea dei serbi di Bosnia lo nominò comandante dello Stato Maggiore dell'Esercito della Repubblica Srpska, l'entità a maggioranza serba della Bosnia, trasformandolo nel braccio militare del leader politico Radovan Karadžić.
L'assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica
Sotto il suo comando, le forze serbo-bosniache condussero una spietata campagna di pulizia etnica per creare uno stato serbo etnicamente omogeneo, culminata in due degli episodi più drammatici del conflitto: l'assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenica. L'assedio della capitale bosniaca, durato oltre 1.400 giorni, vide la popolazione civile sottoposta a un incessante bombardamento di artiglieria e al terrore dei cecchini, provocando la morte di oltre 10.000 cittadini.
L'apice delle atrocità, tuttavia, fu raggiunto nel luglio del 1995, quando le truppe di Mladic presero l'enclave di Srebrenica, dichiarata "area protetta" dalle Nazioni Unite, e procedettero all'esecuzione sommaria di oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi di fede musulmana, i cui corpi vennero poi seppelliti in fosse comuni.
Questi crimini, descritti dai giudici come "scene di una ferocia inimmaginabile" e tra le "pagine più oscure della storia umana", costituirono la base delle accuse di genocidio che gli sarebbero state formalmente contestate.
La latitanza, il processo e la condanna all'ergastolo
Dopo la firma degli Accordi di Dayton che posero fine alla guerra, Mladic, incriminato nel 1995 dal Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia, visse inizialmente in Bosnia per poi trasferirsi a Belgrado, dove rimase per anni protetto da settori dell'esercito e dei servizi di sicurezza serbi. Con la caduta del regime di Slobodan Milošević, la sua latitanza si fece più profonda, durando quasi sedici anni, fino al 26 maggio 2011, quando venne arrestato in un villaggio nel nord della Serbia dove viveva sotto falsa identità.
Estradato all'Aja, il suo processo si concluse nel novembre 2017 con una condanna all'ergastolo, riconosciuto colpevole di dieci degli undici capi d'accusa, tra cui genocidio per Srebrenica, crimini contro l'umanità per le persecuzioni, gli omicidi e le deportazioni, e violazione delle leggi di guerra per la campagna di terrore contro Sarajevo e la presa in ostaggio di personale dell'ONU.
La sentenza, durante la quale Mladic venne più volte allontanato dall'aula per atteggiamenti arroganti e per aver dato in escandescenze contro la corte, venne confermata in via definitiva in appello nel giugno 2021 dal Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali.
Il rifiuto del rilascio umanitario e la morte in carcere
Negli ultimi anni, le condizioni di salute di Mladic, provato da diversi ictus e da gravi patologie cardiovascolari e neurologiche, si erano progressivamente deteriorate, tanto che dal 2024 era ricoverato presso il reparto ospedaliero del centro di detenzione dell'Aia per ricevere cure palliative. Nonostante le ripetute richieste della famiglia e del governo serbo, che ne aveva chiesto il rilascio anticipato per motivi umanitari offrendo il trasferimento in un ospedale di Belgrado, il Meccanismo dell'Aia ha sempre respinto le istanze.
L'ultima richiesta, avanzata il 22 agosto, è stata rigettata con la motivazione che l'imminenza della morte non costituiva di per sé una ragione sufficiente per la scarcerazione e che le cure palliative ricevute all'interno della struttura carceraria olandese erano considerate adeguate, tanto da non configurare un trattamento inumano o indegno.
La gravità della condanna per genocidio e la natura eccezionale di una liberazione anticipata per un ergastolo, che richiede "circostanze imperative e straordinarie", hanno quindi prevalso sulle condizioni cliniche, decretando che l'ex generale, soprannominato anche il "boia dei Balcani", terminasse i suoi giorni in custodia, senza mai essere trasferito in un altro stato per l'esecuzione della pena.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
