Guerra in Iran, il cantiere di pace passa per Miami: Rubio e Witkoff faccia a faccia con il premier del Qatar

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i riflettori restano accesi sullo Stretto di Hormuz, dove la tensione navale ha raggiunto ormai un livello che pochi, fino a qualche mese fa, avrebbero saputo prevedere, la diplomazia americana tesse una trama fitta di contatti diretti – lontano dai tavoli istituzionali di New York o Ginevra – nella speranza di scongiurare un’escalation totale con Teheran. L’ultimo, significativo movimento porta la firma del Segretario di Stato Marco Rubio e dell’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff, entrambi incontratisi a Miami con il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Una sede, quella floridiana, che non è stata scelta per caso: lo stesso Al Thani, secondo quanto ricostruito da Axios, avrebbe dovuto far ritorno a Doha dopo un precedente faccia a faccia a Washington con il vicepresidente americano JD Vance, salvo poi modificare all’ultimo i propri piani e dirigersi verso sud, quasi a suggellare la volontà di non lasciare cadere nel vuoto alcun spiraglio negoziale.

La risposta di Teheran: dalla sospensione dell’arricchimento allo scoglio dell’uranio

Dall’altra parte della partita, però, le posizioni restano per certi versi sideralmente distanti. La risposta ufficiosa – eppure sufficientemente dettagliata – che arriva dall’Iran condiziona qualsiasi ipotesi di intesa alla soluzione di due nodi gemelli, se non addirittura speculari. Il primo riguarda la gestione dell’uranio arricchito: Teheran sarebbe disponibile a trasferirlo all’estero solo a patto di ottenere garanzie scritte e vincolanti, in particolare la certezza che il materiale venga restituito qualora i negoziati dovessero fallire oppure – scenario che l’amministrazione Trump conosce bene – gli Stati Uniti decidessero in futuro di ritirarsi nuovamente da un accordo faticosamente raggiunto. La memoria del JCPOA, del resto, pesa come un macigno. Il secondo punto, altrettanto delicato, tocca la durata della moratoria sull’arricchimento: l’Iran si dice pronto a sospendere le proprie attività, ma per un arco temporale decisamente più breve – lo si apprende da fonti informate sui dossier – rispetto ai vent’anni prospettati dagli americani. Una forbice, quella temporale, che rischia di trasformarsi in un vero e proprio campo minato durante i prossimi incontri.

Putin si offre come depositario, Trump alza il tono sullo Stretto

A complicare ulteriormente il quadro, o forse ad arricchirlo di attori e possibili soluzioni, interviene la Russia. Vladimir Putin ha ribadito con chiarezza che Mosca è pronta a prendere in consegna l’uranio arricchito iraniano, un’offerta che – se accolta – sposterebbe fisicamente fuori dai confini della Repubblica Islamica il materiale più caldo del contendere. Un gesto che il Cremlino presenta come tecnico, ma che inevitabilmente porta con sé un peso politico non indifferente. Nel frattempo, Donald Trump – ormai stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno – non ha nascosto la propria impazienza: ha dichiarato che Teheran vuole trattare e che una risposta formale alla proposta americana potrebbe arrivare a breve. Ma l’inquilino della Casa Bianca ha anche riacceso la miccia sul piano militare, minacciando di riattivare la scorta armata alle navi nel Golfo. Una minaccia che le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno già raccolto, e rilanciato con altrettanta durezza: secondo quanto riportato dai media locali, il comandante delle forze navali dei Pasdaran ha avvertito che qualsiasi attacco americano contro petroliere o mercantili iraniani sarà contrastato con un «attacco severo» – così testualmente – contro una base statunitense nella regione e contro «navi nemiche».

La partita del Qatar e il silenzio tattico di Teheran

In questo quadro di incroci e contro-incroci, il ruolo del Qatar si conferma tutt’altro che marginale. Doha ha ormai costruito negli anni una relazione privilegiata sia con Washington sia con Teheran, e la scelta del suo premier di prolungare la permanenza negli Stati Uniti – passando da Washington a Miami, dove lo attendevano Rubio e Witkoff – suggerisce che i margini di manovra, seppur stretti, non sono ancora stati esauriti. Ciò che manca al tavolo, per ora, è una risposta formale e inequivocabile dall’Iran. Lo stesso Trump ha parlato di un silenzio che potrebbe però essere riempito a breve, senza per questo nascondere la pressione esercitata con la minaccia nel Golfo. D’altra parte, la proposta americana – che lega la fine della guerra a una moratoria ventennale sull’arricchimento e al trasferimento dell’uranio – resta sul tavolo, mentre Rubio e Witkoff cercano di convincere i mediatori qatarini a portare a Teheran un messaggio di chiusura. Se la trattativa riuscirà a superare lo scoglio delle garanzie di restituzione e della durata della sospensione, allora il conflitto potrebbe trovare una via d’uscita. In caso contrario, le navi da guerra nello Stretto torneranno a parlare il loro linguaggio, fatto di tonnellate di acciaio e polvere da sparo.

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