L’America Latina e gli interventi Usa, da Panama al Venezuela di Maduro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’attacco sferrato dall’amministrazione Trump in Venezuela, che ha portato alla cattura del presidente Nicolas Maduro, riporta alla luce una prassi operativa che non si vedeva nella regione da decenni. L’ultima azione militare diretta degli Stati Uniti in America Latina, prima di questa, risaliva infatti al lontano 1989, quando le truppe americane invasero Panama con l’obiettivo dichiarato di deporre il generale Manuel Noriega, un tempo collaboratore dei servizi di intelligence statunitensi ma poi ricercato dalla giustizia federale. Quell’evento, che si concluse con l’arresto e il trasferimento del leader panamense negli Stati Uniti, rappresentò per lungo tempo il punto estremo di una serie di ingerenze, aprendo un periodo – solo in apparenza – di minore coinvolgimento militare diretto.

Gli antecedenti storici e il caso Guatemala

La storia degli interventi statunitensi nel continente, che qualcuno definirebbe un filo rosso nella politica estera di Washington, annovera episodi significativi già a metà del secolo scorso. Nel 1954, per esempio, fu organizzato e finanziato un colpo di stato in Guatemala che portò alla destituzione del presidente democraticamente eletto Jacobo Arbenz Guzmán. La sua riforma agraria, la quale intaccava gli interessi economici della potente compagnia americana United Fruit ration, fu il pretesto per un’operazione che insediò al potere una giunta militare, alterando per anni gli equilibri di quel paese centroamericano. Questi fatti, per chi li studia, non sono mere reliquie del passato ma tessere di un mosaico che aiuta a comprendere le dinamiche di potere nell’emisfero.

La dottrina che ispira l’azione: da Monroe a Trump

L’iniziativa contro Caracas, voluta personalmente dal presidente Trump, non può essere compresa senza un riferimento alla cosiddetta Dottrina Monroe, formulata nel 1823 dal presidente James Monroe e più volte ripresa, in forme diverse, dai suoi successori. Quel principio, che rivendicava l’influenza esclusiva degli Stati Uniti nelle Americhe come risposta alle potenze coloniali europee, conobbe un’applicazione particolarmente energica all’inizio del Novecento con Theodore Roosevelt e la sua “diplomazia del cannoniere”. Oggi, quell’impostazione ideale è stata esplicitamente riaffermata dalla National Security Strategy dell’amministrazione Trump, all’insegna dell’“America First”, con l’obiettivo dichiarato di ripristinare quella che viene definita la preminenza americana nell’emisfero occidentale. Si tratta, in sostanza, di una visione che legittima l’azione unilaterale quando gli interessi nazionali – o quelli percepiti come tali – vengono ritenuti in pericolo.

Cronaca nera e sviluppi giudiziari

Parallelamente alle operazioni militari e di intelligence, non mancano i risvolti giudiziari che seguono tali eventi. Le inchieste federali, spesso avviate anni dopo i fatti, portano alla luce reti di collaborazione, traffici illeciti e responsabilità individuali che complicano il quadro. Senza scendere in dettagli macabri o espliciti, è noto che episodi di violenza e repressione hanno segnato la storia di diversi regimi instaurati o sostenuti in passato, i cui capi sono poi finiti sotto processo per crimini internazionali. Questi procedimenti, sebbene lenti, contribuiscono a scrivere un capitolo diverso della storia, dove la responsabilità delle azioni compiute viene vagliata di fronte a un tribunale, cercando una forma di giustizia che la sola forza delle armi non può ovviamente garantire.

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