Muggia, il dramma di Giovanni e l'interrogativo che lacera il silenzio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La piazza, che di solito ospita le voci allegre dei bambini, ora accoglie un silenzio pesante, rotto solo dal fruscio dei passi di chi si avvicina per deporre un fiore o un peluche davanti al portone di un palazzo seicentesco. È lì, al terzo piano di quello che era il suo rifugio, che Giovanni, un bambino di nove anni, ha incontrato una fine atroce, ucciso da un fendente inferto da colei che gli aveva dato la vita, sua madre. L'arma, un coltellaccio da cucina, ha posto fine alla sua esistenza all'interno del bagno di casa, forse in un estremo, vano tentativo di trovare un nascondiglio. Un gesto che ha lasciato una ferita profonda non solo nella sua famiglia, ma nell'intero tessuto di Muggia, dove la vita sembra essersi fermata davanti a un orrore incomprensibile.

Le parole del parroco e un dubbio angosciante

Durante la messa domenicale in duomo, proprio di fronte a quel luogo che è diventato simbolo del dolore, don Andrea Destradi ha dato voce allo smarrimento collettivo, ponendo una domanda che risuona in ogni coscienza: come si spiega ai propri figli che a uccidere un bambino sia stata la sua mamma? Un interrogativo che non ammette facili risposte e che scava nell'inconcepibile, mettendo a nudo la fragilità di ogni certezza di fronte a un simile accaduto. La funzione, così come la successiva veglia, è diventata un momento di raccoglimento per una folla stimata in almeno un migliaio di persone, tra amici del piccolo, compagni di scuola, di calcio e di catechismo, uniti nel tentativo di sostenere il padre, Paolo Trame, nel suo straziante cammino.

Il presentimento e la relazione del tribunale

Quel che emerge dai documenti, e che aggiunge un tassello di profonda amarezza alla vicenda, è la consapevolezza, seppur confusa, del bambino stesso riguardo a un pericolo. Da una relazione del Tribunale civile di Trieste, acquisita dagli investigatori, si apprende infatti che Giovanni aveva manifestato dei dubbi alla sua psicologa circa l'opportunità di incontrare la madre in assenza di un educatore. “Non so se è una buona idea”, furono le sue parole, una percezione di disagio che, purtroppo, si è rivelata drammaticamente fondata. Quel presentimento, ora, si staglia come un'ombra su tutta la dinamica, mostrando una complessità che va al di là della semplice cronaca nera.

Il dolore di un padre e un ultimo saluto

Paolo Trame, accompagnato da un collega e dall'amico don Andrea, si è presentato in piazza Marconi a mezzogiorno, con i passi lenti di chi porta un peso troppo grande da sopportare. Il suo avvicinarsi al civico 3, lo sguardo rivolto verso quella casa che un tempo era un focolare e che ora è un luogo di memoria, ha rappresentato un'immagine di un dolore privato divenuto pubblico. La separazione dalla moglie, Olena Stasiuk, risaliva ormai al 2017, ma nulla poteva far presagire un epilogo di tale violenza. La comunità, in silenzio, ha osservato quel cammino, condividendo, per quanto possibile, un lutto che segnerà per sempre il ricordo di un bambino il cui ultimo desiderio, straziante nella sua semplicità, era stato quello di poter essere semplicemente un bambino.

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