Uccide il figlio a Muggia: gli allarmi inascoltati di Giovanni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tragedia, che ha portato alla morte del piccolo Giovanni per mano della madre, era stata, in un certo qual modo, preannunciata da una serie di segnali inquietanti. Il padre, un operaio del Sincrotrone, aveva perfino dotato il bambino di uno smartwatch con una funzione di allarme, un regalo nato dalla preoccupazione e consegnatogli per un compleanno, sebbene non si sappia con certezza se lo indossasse la sera del delitto. Quell'oggetto, scelto d’intesa con l’avvocata Gigliola Bridda, rappresentava un tentativo di creare un argine, un filo diretto in caso di pericolo, in un contesto familiare già segnato da tensioni e paure.

Le denunce e la paura del bambino

Dagli atti giudiziari emergono con chiarezza le voci che avevano tentato di lanciare un allarme. Esisteva una denuncia per maltrattamenti e lesioni, legata a un presunto tentativo di strangolamento che il bambino stesso aveva raccontato con parole semplici e terribili: “La mamma mi ha preso per il collo, stringendolo con entrambe le mani”. Giovanni, i cui timori erano stati più volte espressi, arrivando a dichiarare “Quando vado da lei ho paura”, aveva quindi già vissuto situazioni di violenza, elementi che rendono ancor più drammatico l’esito finale.

La prospettiva psicologica sul dramma

Damiano Rizzi, psicologo clinico e presidente di Soleterre, ha offerto una chiave di lettura del gesto, definendo il figlicidio “una delle forme più estreme di violenza”. Secondo il suo punto di vista, che si concentra sulla dinamica psichica, un genitore, quando è travolto da un dolore profondo, può smarrire la percezione della realtà e dei legami affettivi. “In chi vive una crisi psicotica”, ha spiegato Rizzi, “la realtà si rompe. Chi è l’altro? Chi sono io? Cosa è pericolo e cosa non lo è? Tutto si confonde”. Una condizione, questa, che porta a non riconoscere più il proprio figlio come tale.

Le decisioni e il vuoto della rete di protezione

Nonostante il cumulo di segnalazioni e il racconto delle sofferenze del minore, il tribunale di Trieste aveva stabilito che Olena Stasiuk potesse incontrare il figlio da sola, dopo una serie di colloqui con gli assistenti sociali. Fu proprio in occasione di uno di questi incontri, apparentemente regolamentati, che la donna, la quale aveva in passato menzionato la possibilità di un omicidio durante un colloquio con i servizi, ha messo in atto il proprio proposito. L’episodio ha spinto il ministero a chiedere spiegazioni, evidenziando le falle di un sistema che, pur conoscendone i rischi, non è riuscito a proteggere una vita.

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