Muggia, il dramma di un figlio ucciso dalla madre e gli avvertimenti inascoltati
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Redazione Interno
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Muggia, un paese di dodicimila anime nella provincia di Trieste, è stretto in un silenzio innaturale, un lutto collettivo che segue l'omicidio di Giovanni, un bambino di soli nove anni, la cui vita è stata stroncata con un coltello da cucina dalla madre, Olena Stasiuk. La donna, cinquantacinquenne di origini ucraine che fino a poco tempo fa era seguita da un centro di salute mentale, ha compiuto il gesto durante uno di quegli incontri genitoriali che, dopo la separazione, erano stati regolati dalle autorità. Il padre del piccolo, Paolo Trame, aveva più volte lanciato i suoi allarmi, quasi presaghi, supplicando perché il figlio non venisse lasciato solo con l'ex moglie, conscio di una pericolosità che le istituzioni, forse, avevano sottovalutato. Due anni fa, come un macabro preludio, il bimbo aveva già rivelato che la madre gli aveva stretto il collo, un episodio che avrebbe dovuto innalzare barriere invalicabili e che invece, con il passare del tempo, si erano assottigliate fino a permettere visite senza la vigilanza di un adulto.
La telefonata straziante e il monito disatteso
Proprio Paolo Trame, dipendente di una piccola azienda e titolare di un bed and breakfast, aveva messo nero su bianco i suoi timori, scrivendo che la donna era pericolosa e che non avrebbe dovuto essere lasciata sola con il bambino. Un avvertimento che, se ascoltato, avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi. La sua preoccupazione, purtroppo, si è rivelata tragica profezia. La notte del fatto, la follia ha avuto il sopravvento su ogni residuo istinto materno, trasformando un momento di normale frequentazione in una scena di indicibile orrore, della quale le forze dell'ordine stanno ancora ricostruendo ogni dettaglio, sebbene alcuni, per il loro carico di crudeltà, il padre stesso abbia dichiarato di voler ignorare.
Un percorso di controllo venuto meno
La Stasiuk, il cui passato includeva minacce esplicite come quella riportata all'ex marito, “Se io muoio, anche Giovanni muore con me”, era inserita in un percorso di supporto psicologico che, evidentemente, non è bastato a contenere la deriva. La concessione di poter vedere il figlio senza la presenza di un assistente sociale, un traguardo che forse doveva simboleggiare un miglioramento, si è rivelata invece una fatale concessione, l'ultimo anello di una catena che ha portato alla morte del piccolo. La dinamica, per come è stata ricostruita, lascia intendere un atto premeditato e brutale, lontano da qualsiasi razionalità, che ha privato un padre di suo figlio e la collettività di un’innocenza.
Le indagini e il dolore di una famiglia
La magistratura ha aperto un’inchiesta per accertare le responsabilità penali, non solo dell’omicida, ma anche di eventuali negligenze nel sistema di protezione del minore. La telefonata straziante tra il padre e il parroco, avvenuta la mattina dopo il delitto, dipinge un uomo annientato, che nel pianto ripeteva la brutalità del gesto e si interrogava su come poter vivere una vita senza il suo bambino. Quel dialogo, carico di una disperazione che travalica ogni comprensione, è diventato la testimonianza più cruda di una tragedia che si poteva e doveva evitare, e sulla quale ora la giustizia è chiamata a fare piena luce, ascoltando finalmente la voce di un padre che per troppo tempo non è stata udita.




