Bimbo ucciso a Muggia, per la madre si profila la perizia psichiatrica
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La sera del 12 novembre a Muggia, in provincia di Trieste, si è consumata una tragedia che ha sconvolto la quiete della cittadina, dove Olena Stasiuk, una donna di cinquantacinque anni di origine ucraina, ha posto fine alla vita del figlio Giovanni, di soli nove anni, privandolo della gola con un coltello da cucina. Il piccolo, che avrebbe compiuto dieci anni a dicembre, era al centro di una complessa situazione familiare, essendo stato affidato al padre con una custodia prevalente che, stando a quanto si apprende, sarebbe diventata definitiva a partire dal prossimo febbraio; la madre, nonostante fosse seguita dai servizi sociali, aveva da poco ottenuto la possibilità di trascorrere dei periodi da sola con il bambino, una circostanza che il padre aveva più volte contestato, esprimendo preoccupazioni che, purtroppo, si sono rivelate drammaticamente fondate.
I precedenti segnali di allarme
La ricostruzione dei fatti, che le indagini stanno meticolosamente portando avanti, fa emergere un quadro costellato di segnali d'allarme, alcuni dei quali risalenti a circa due anni fa, quando la donna avrebbe stretto il figlio al collo causandogli dei lividi, un episodio refertato e giudicato allora guaribile in un breve lasso di tempo. L'ambiente domestico, del resto, viene descritto come burrascoso, con una convivenza tra i genitori che si sarebbe di fatto conclusa quasi subito dopo la nascita del bambino, lasciando spazio a tensioni e a dinamiche conflittuali. Pare, inoltre, che in passato ci fossero stati altri tentativi, da parte della madre, di nuocere al piccolo, il quale manifestava una certa riluttanza a stare con lei, elementi che contribuiscono a delineare un percorso di sofferenza mai adeguatamente arginato.
La posizione della madre e la richiesta della difesa
Attualmente Olena Stasiuk, arrestata con l'accusa di omicidio volontario pluriaggravato, è ancora ricoverata in una struttura ospedaliera, una condizione che le ha impedito di essere presente all'udienza di convalida del fermo. La sua difesa, affidata all'avvocata Chiara Valente, ha annunciato di voler formalmente richiedere una perizia psichiatrica, definita come una "valutazione clinica psichiatrica sulla capacità di partecipare al processo", un passo che mira a chiarire lo stato mentale della donna e la sua effettiva idoneità a confrontarsi con il procedimento giudiziario. Questa mossa, che segue un iter previsto dalla legge, introduce un elemento cruciale nell'inchiesta, spostando parzialmente l'attenzione sulle condizioni psicologiche dell'indagata al momento dei fatti e in questa fase processuale.
Le indagini e il percorso giudiziario
Le forze dell'ordine e la magistratura stanno ora lavorando per ricostruire con precisione ogni dettaglio della vicenda, analizzando la documentazione in loro possesso e ascoltando i testimoni, tra cui il padre del bambino, che aveva ripetutamente segnalato i propri timori. L'attenzione si concentra sulla sequenza di eventi che ha portato al delitto e sulla valutazione della condotta della madre, mentre la richiesta di perizia da parte della difesa prepara il terreno per un capitolo delicato del processo, dove la questione della consapevolezza e della volontà dell'imputata sarà centrale. La tragedia di Muggia, con il suo carico di dolore, ripropone, in tutta la sua crudezza, la complessità di quei casi familiari dove il sistema di protezione, nonostante gli sforzi, non riesce a scongiurare l'irreparabile.




