Bimbo ucciso a Muggia, il padre: "Mi ero opposto agli incontri"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tragedia, che ha spezzato la vita del piccolo Giovanni di soli nove anni, continua a suscitare interrogativi lancinanti, i quali, come lame affilate, si conficcano nel cuore di una vicenda i cui contorni appaiono sempre più complessi. Il padre, Paolo Trame, ha affidato al parroco di Muggia, don Andrea Destradi, un grido di dolore e una pesante accusa, dichiarando di essersi “completamente devastato” e di aver espresso, in passato, la propria ferma opposizione alla modalità degli incontri tra il figlio e la madre. Il suo grande rammarico, un sentimento che oggi si trasforma in una domanda bruciante senza risposta, è legato proprio al fatto che alla donna sia stato concesso di vedere il bambino senza quelle protezioni che, forse, avrebbero potuto impedire l’epilogo più atroce.

La ricostruzione dei fatti

La sera di mercoledì, in un appartamento di via Marconi, si è consumato il delitto, mentre il padre, insospettito dal silenzio, tentava ripetutamente di mettersi in contatto con la madre. Non ricevendo alcuna notizia, l’uomo ha quindi allertato le forze dell’ordine, le quali, coadiuvate dai vigili del fuoco, hanno fatto ingresso nell’abitazione servendosi di un’autoscala. All’interno, la scena che si è presentata ai loro occhi è stata agghiacciante: il corpo esanime del bambino, ucciso con un coltello da cucina, e la madre, Olena Stasiuk, in uno stato di choc profondo. Emerge, dalle indagini, un precedente episodio di violenza, durante il quale la donna avrebbe stretto il figlio al collo, causandogli dei lividi che, sebbene refertati come guaribili in tre giorni, appaiono oggi come un segnale premonitore e tragico, passato inosservato o sottovalutato.

La posizione della difesa

Olena Stasiuk, cittadina ucraina di 55 anni, è attualmente ancora ricoverata in una struttura ospedaliera, condizione che le ha impedito di essere presente all’udienza per la convalida del fermo. La sua legale, l’avvocata Chiara Valente, ha annunciato di voler richiedere una perizia psichiatrica, ufficialmente definita come una “valutazione clinica psichiatrica sulla capacità di partecipare al processo”. Questa mossa, che segue un protocollo difensivo comune in casi di tale gravità, mira ad accertare lo stato mentale della donna al momento dei fatti e la sua attuale idoneità a comprendere e seguire l’iter giudiziario che la vedrà imputata.

Il dolore e le domande senza risposta

Mentre la macchina della giustizia inizia il suo lento cammino, ciò che rimane, oltre al vuoto incolmabile, è un groviglio di sentimenti contrastanti e di interrogativi che pesano come macigni. La decisione degli organi competenti di autorizzare incontri senza sorveglianza, nonostante le perplessità espresse dal genitore, si staglia come un elemento centrale della vicenda, amplificando a dismisura il rimpianto e il senso di ingiustizia. Quella di Paolo Trame non è una semplice richiesta di chiarimenti, ma il lamento straziante di un padre che, oltre ad aver perso il proprio figlio in circostanze atroci, deve ora fare i conti con il dubbio che una diversa valutazione avrebbe potuto scongiurare l’irreparabile.

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