Bimbo ucciso dalla madre, il padre: "Mi ero opposto agli incontri"
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Redazione Interno
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La tragedia, consumatasi a Muggia, nel Triestino, ha lasciato una scia di dolore e interrogativi che pesano come macigni, a partire dalle accorate denunce di un padre che si era speso per scongiurarla. Paolo Trame, il papà del piccolo Giovanni, di soli nove anni, la cui vita è stata stroncata da coltellate inferte dalla madre, aveva più volte messo in guardia, con una premonizione che oggi suona come una condanna, le istituzioni sulla pericolosità dell’ex moglie. Le sue parole, affidate al parroco di Muggia, don Andrea Destradi, descrivono uno stato d’animo “completamente devastato”, segnato da un “grande rammarico” per la decisione di aver consentito alla donna di vedere il figlio senza alcuna protezione, nonostante i suoi reiterati moniti.
Gli allarmi inascoltati di un padre
Paolo Trame, come emerge dalle ricostruzioni, aveva ripetutamente e formalmente avvertito giudici e assistenti sociali, sostenendo con forza che “lasciarlo solo con la mamma significa condannarlo a morte”. I suoi appelli, carichi di una disperazione che si è rivelata profetica, rimarcavano il concetto che “quella donna è pericolosa”, supplicando di non autorizzare incontri senza sorveglianza. Questi allarmi, tuttavia, non sono bastati a impedire che il sistema di tutela lasciasse il bambino in una situazione di vulnerabilità, una circostanza che ora appare, in tutta la sua crudezza, come un fallimento collettivo di fronte al quale le domande si accavallano, senza trovare facili risposte.
I precedenti e la dinamica della tragedia
La cronaca giudiziaria, che sta lentamente ricostruendo i fatti, ha portato alla luce un episodio precedente in cui la madre, Olena Stasiuk, avrebbe stretto il figlio al collo, causandogli dei lividi che, sebbene refertati e giudicati di entità tale da guarire in pochi giorni, rappresentano un inquietante campanello d’allarme sul clima di tensione. La sera della tragedia, l’appartamento in via Marconi è diventato il teatro di un delitto annunciato: il padre, non ricevendo notizie, aveva tentato invano di contattare la donna fino a quando, intorno alle ventidue, non ha allertato le forze dell’ordine. L’intervento dei vigili del fuoco, costretti a entrare dall’esterno con un’autoscala, ha purtroppo confermato il peggio, rinvenendo il Corpo senza vita del piccolo e la madre in stato di choc.
Un lutto che interroga le coscienze
La morte di Giovanni, che si aggiunge a un già cupo elenco di casi simili, pone questioni cruciali sui meccanismi di valutazione del rischio nelle separazioni conflittuali e sulla reale efficacia degli strumenti di protezione dei minori. La constatazione amara è che, nonostante segnali palesi e una paterna opposizione formalizzata, il percorso giudiziario abbia condotto a un esito di inaudita violenza. Il racconto del padre, filtrato attraverso la mediazione del parroco, delinea un quadro di sofferenza acuita dalla sensazione di un’ingiustizia prevenibile, dove il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere si intreccia indelebilmente con l’orrore per ciò che è stato.




