La doppia strategia di Trump per l'Iran: portaerei e trattative, ma i piani del Pentagono parlano di settimane

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La finestra della diplomazia, pur non essendo ancora chiusa, si sta oggettivamente assottigliando, e il rullio dei motori delle navi da guerra americane, in questo scenario, diventa l'unico vero rumor di sottofondo. Il Presidente Donald Trump, dopo aver ordinato il dispiegamento di una seconda portaerei — la USS Gerald R. Ford, richiamata dal Caraibi — nelle acque del Medio Oriente, ha di fatto messo in moto una macchina da guerra che, secondo quanto rivelato da due funzionari statunitensi all'agenzia Reuters, si starebbe preparando non a un rapido e circoscritto attacco, ma a "operazioni prolungate della durata di settimane" contro la Repubblica Islamica. L'ipotesi di un intervento risolutivo, qualora i negoziati dovessero fallire, sembra quindi aver assunto una consistenza operativa ben precisa, andando oltre la semplice deterrenza esercitata dalla presenza della flotta.

Il timing di questa mobilitazione, d'altronde, non è casuale e si inserisce in una fitta trama di incontri e dichiarazioni pubbliche. Martedì, a Ginevra, si terrà un doppio round negoziale di cruciale importanza: da un lato gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner incontreranno i rappresentanti iraniani, con la mediazione dell'Oman, mentre nel pomeriggio è previsto un vertice separato con le delegazioni di Russia e Ucraina -2-5. La coincidenza temporale dei due negoziati, in città diverse ma con un’agenda fittissima, sottolinea la volontà dell'amministrazione Trump di gestire simultaneamente crisi internazionali complesse, tenendo però fermo il principio che il dossier nucleare iraniano non può essere disgiunto, per Washington, da altre questioni come il programma missilistico balistico e il sostegno di Teheran a gruppi armati nell'intera regione -8. L’invio della Ford, che andrà a rafforzare il gruppo d’attacco già guidato dalla USS Abraham Lincoln, rappresenta dunque il contrappeso militare a questa complessa partita diplomatica.

La sfida logistica di una campagna "lunga settimane"

La scelta di spostare la USS Gerald R. Ford, il più grande e avanzato vascello della flotta americana, dalla sua attuale postazione al largo del Venezuela fino al Medio Oriente non è priva di significato strategico e di complessità logistiche -1. La Ford, che ha già alle spalle un dispiegamento continuo iniziato nel giugno del 2025, dovrà percorrere migliaia di miglia con il suo gruppo di scorta, composto da incrociatori e cacciatorpedinieri lanciamissili, e si prevede che possano volerci almeno una settimana prima che sia operativa nelle nuove acque -3. Questo trasferimento, che prolunga ulteriormente una missione già eccezionalmente lunga per l'equipaggio, è stato giustificato dallo stesso Trump come misura precauzionale: "Nel caso non si raggiunga un accordo, ne avremo bisogno", ha dichiarato, sottolineando la volontà di avere una potenza di fuoco schiacciante pronta all'uso -5.

Il fatto che i piani del Pentagono, stando alle indiscrezioni, contemplino operazioni della durata di settimane e non di pochi giorni, suggerisce un approccio diverso rispetto ai raid mirati del passato. Una campagna prolungata implicherebbe la necessità di colpire in profondità le infrastrutture militari, i siti nucleari e probabilmente le basi dei Guardiani della Rivoluzione, richiedendo un flusso costante di sortite aeree e missilistiche che solo due portaerei operative contemporaneamente possono garantire -10. Durante i conflitti in Iraq e in Afghanistan, la presenza di due gruppi di portaerei nella zona era stata la norma per sostenere il ritmo operativo; nel teatro del Golfo, dopo gli scioperi dello scorso giugno contro gli impianti nucleari iraniani, tornare a dispiegare una forza simile indica una preparazione a uno scenario di conflitto aperto e potenzialmente esteso, anche se formalmente si continua a parlare di diplomazia.

Le parole di Trump e la chiusura degli spazi negoziali

Se il movimento delle navi è un linguaggio chiaro, le parole pronunciate da Trump a Fort Bragg, in North Carolina, hanno aggiunto un ulteriore livello di tensione. Alla domanda se volesse un cambio di regime a Teheran, il presidente ha risposto senza mezzi termini che "sembrerebbe la miglior cosa che possa accadere", dopo quasi mezzo secolo di colloqui che, a suo dire, sarebbero costati care vite americane -3-5. Una dichiarazione che, seppur mitigata dal successivo auspicio che la cacciata degli ayatollah debba avvenire per mano della popolazione iraniana e non tramite un intervento straniero, ha l'effetto concreto di restringere ulteriormente il campo per i diplomatici. Mentre Teheran, per bocca dei suoi funzionari, ribadisce la disponibilità a discutere limiti al proprio programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni, la linea rossa tracciata dagli iraniani resta l'inclusione del programma missilistico e delle alleanze regionali nei negoziati, condizioni che l'amministrazione repubblicana considera invece inaccettabili e centrali per qualsiasi intesa -5-8.

Parallelamente, l'influenza di alleati come Israele si fa sentire. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, in un recente incontro a Washington, ha spinto affinché qualsiasi accordo futuro con l'Iran vada ben oltre il nucleare e neutralizzi anche la capacità missilistica e le reti di prossi -1-8. La combinazione tra la pressione interna dell'alleato israeliano, l'invio di una seconda flotta e le dichiarazioni sempre più esplicite del presidente lascia presagire che il round di colloqui di Ginevra potrebbe essere l'ultima chance per una soluzione pacifica. Se i negoziati, come sembra, si restringono su posizioni reciprocamente inconciliabili, l'opzione militare, preparata nei dettagli per uno sforzo prolungato, diventerebbe tristemente concreta.

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