Cento anni di Filadelfia, Rampanti racconta il campo che formava i ragazzini del Toro
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Il 17 ottobre 1926 il conte Enrico Marone Cinzano inaugurava il campo Torino, quello che tutti a Torino avrebbero imparato a chiamare semplicemente Filadelfia. Cento anni dopo, l'impianto di Borgo Filadelfia continua a essere la casa degli allenamenti granata, restituito alla sua funzione nel maggio 2017 dopo anni di abbandono e una ricostruzione attesa a lungo. Per raccontare cosa significhi quel rettangolo di gioco, Toro News ha intervistato Serino Rampanti, ex calciatore e allenatore del Torino, oggi legato alla Fondazione che porta il nome dello stadio.
Le scarpe della prima squadra e il profumo di canfora
Rampanti è entrato al Filadelfia a nove anni, quando l'attività giovanile si svolgeva tutta nel campetto di fianco all'impianto principale. «Il bello di allora era che qualsiasi ragazzino, siccome l'attività era svolta tutta lì, aveva la possibilità di incontrare quelli della prima squadra», ha raccontato. Il contatto con i giocatori più grandi funzionava da stimolo: nell'armadietto del magazzino, dove una sola magazziniera cuciva le maglie rotte, i piccoli vedevano allineate le scarpe dei titolari e delle riserve.
«Mentalmente si diceva io devo arrivare ad avere anch'io il mio posto lì», ha aggiunto. Nel corridoio, poi, c'era un odore che nessuno di quella generazione ha dimenticato: la canfora usata per i massaggi. Rampanti ricorda di aver visto giocare al Filadelfia nomi come Bearzot e Virgili, ma anche lo scozzese Denis Law e l'inglese Baker, campioni di un calcio che allora si poteva osservare da vicino senza filtri.
Il nonno costruttore e il nipote presidente
La storia del Filadelfia passa anche attraverso Carlo Rivetti, oggi presidente del Modena, che del costruttore dello stadio è nipote. «Fu mio nonno Enrico a costruire la casa del Toro», ha dichiarato al Corriere Torino. Marone Cinzano aveva viaggiato molto per lavoro e aveva visto gli stadi inglesi: il Fila nacque su quel modello, su un terreno acquistato in periferia perché costava poco, quando intorno c'era ancora campagna.
«È stato il Grande Torino a contribuire a creare il mito, ma per la mia famiglia il Filadelfia rappresenta un motivo di grandissimo orgoglio», ha aggiunto Rivetti, che ha ricordato il primo ingresso personale nell'impianto in occasione del funerale di Giorgio Ferrini. La lungimiranza del nonno, capace di dare al club una casa propria, è la stessa che Rivetti dice di aver cercato di replicare a Modena con la costruzione del nuovo centro sportivo.
Una festa di luci e colori nel 1926
L'inaugurazione di cento anni fa fu un avvenimento cittadino. Le cronache dell'epoca raccontano di circa 15.000 spettatori arrivati con un movimento di macchine inconsueto per l'epoca, mentre squilli di tromba annunciavano l'arrivo delle autorità. Era presente il principe ereditario Umberto di Savoia con la principessa Maria Adelaide, madrina dell'evento, e l'arcivescovo Giuseppe Gamba benedisse il campo prima della partita tra il Torino e la Fortitudo Roma, finita 4-0 per i granata con una tripletta di Libonatti.
L'impianto era costato due milioni e mezzo di lire e inizialmente comprendeva solo la tribuna coperta e il rettilineo, senza le curve laterali. Cinque anni dopo, alla vigilia di un derby casalingo, Vittorio Pozzo ricordava sulle colonne de La Stampa le origini del club e la necessità di uno stadio cintato, dopo gli anni in cui si giocava alla Piazza d'Armi con spogliatoi ambulanti e corde tirate a mano attorno al campo.
Il cortile aperto ai tifosi per il compleanno
Per celebrare il centenario, il Torino ha deciso di aprire eccezionalmente ai tifosi il Cortile della Memoria, lo spazio interno al centro sportivo, sabato 17 ottobre dalle 9 alle 20. Un'occasione per entrare in un luogo che per decenni è stato accessibile solo a chi ci lavorava o ci giocava, e che dopo la ricostruzione del 2017 è tornato a ospitare quotidianamente gli allenamenti della prima squadra. Rampanti, nel ripercorrere la sua storia personale, ha messo in fila i ruoli che quel campo gli ha consentito di attraversare: bambino, ragazzo, adulto, giocatore e infine allenatore.
La sua testimonianza si ferma ai ricordi, alle scarpe allineate nell'armadietto e all'obiettivo che quei quadrati rappresentavano per un ragazzino che sognava la prima squadra.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
