La flotilla si riorganizza mentre Israele nega le torture: prorogata la detenzione dei due attivisti
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Redazione Interno
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Il tribunale di Ashkelon, nella giornata di domenica, ha deciso di prolungare di ulteriori 48 ore la custodia cautelare di Thiago Avila e Saif Abukeshek, i due membri della Global Sumud Flotilla fermati in acque internazionali. I due, rispettivamente di nazionalità brasiliana e spagnola (con quest’ultimo in possesso anche della cittadinanza palestinese), erano stati trasferiti nel carcere di Shikma dopo che le forze navali di Israele avevano intercettato il convoglio di imbarcazioni diretto verso la Striscia di Gaza, un’operazione che aveva portato al rilascio degli altri 173 attivisti intercettati. A pesare sulla loro posizione è l’accusa formulata dall’accusa israeliana di “affiliazione a un’organizzazione terroristica” – un capo d’imputazione che la difesa contesta in modo categorico sottolineando l’assenza di giurisdizione in alto mare – mentre il governo di Madrid ha già chiesto la liberazione immediata del proprio cittadino.
Il racconto delle violenze e la versione ufficiale di Israele
Mentre il centro legale Adalah, che rappresenta i due fermati, ha parlato di un arresto “estremamente brutale”, nel documento depositato in aula emergerebbero dettagli inquietanti relativi al trattamento riservato agli attivisti durante la loro permanenza sotto custodia navale. Sembra, stando a quanto riferito dai difensori, che Thiago Avila abbia riportato lividi al volto (in particolare intorno all’orbita dell’occhio sinistro) e che sia stato colpito con violenza tale da perdere conoscenza in due diverse occasioni; analogamente, per Saif Abukeshek si sarebbe concretizzato un isolamento costante, con gli occhi bendati e le mani legate, costretto a mantenere una posizione forzata sul pavimento. In aperta e netta contrapposizione a questa narrazione, il ministero degli Esteri israeliano ha rigettato con forza le accuse di tortura e sevizie, bollandole come “false e infondate affermazioni preparate in anticipo”. La stessa autorità ha giustificato l’uso della forza come unico strumento per calmare gli animi a bordo, negando categoricamente qualsiasi condotta che potesse configurare un pestaggio o un maltrattamento sistematico.
Gli interrogatori e l’iniziativa diplomatica
Oltre allo scontro sulla condotta fisica dei militari, la vicenda giudiziaria si complica per via della natura degli interrogatori cui i due sono stati sottoposti: a riferirlo è stata l’organizzazione Adalah, secondo cui i colloqui con i detenuti sarebbero stati condotti dall’agenzia di intelligence Shabak (e, potenzialmente in seguito, dal Mossad) senza la presenza di un legale, configurando una palese irregolarità procedurale. In risposta a questa piega degli eventi, e nel tentativo di esercitare una pressione esterna, l’avvocato Tatiana Montella (membro del team legale della Flotilla Italia) ha confermato la presentazione di un esposto alla procura di Roma; la scelta risponde alla circostanza che i due si trovavano su un’imbarcazione battente bandiera italiana, un dettaglio che – nelle intenzioni della difesa – estenderebbe la giurisdizione del nostro paese sull’accaduto, equiparando l’azione a un reato commesso su territorio nazionale. Alla Corte europea dei diritti dell’uomo è stato inoltre sottoposto un ricorso d’urgenza per denunciare la detenzione arbitraria.
La riorganizzazione della flotilla e lo sbarco a Fiumicino
Mentre Avila e Abukeshek restano rinchiusi (con i due che hanno dichiarato lo stato di sciopero della fame pur continuando a bere acqua), il fronte dei manifestanti ha ripreso fiato negli scali europei. Antonio “Tony” La Piccirella, attivista italiano della stessa spedizione, è atterrato all’aeroporto di Fiumicino descrivendo la traversia come un vero e proprio “rapimento”: nel suo racconto, riportato al momento del rientro in patria, alcune barche sarebbero state lasciate deliberatamente alla deriva dopo un inseguimento durato sei ore, con persone ancora a bordo. Più che sulla cronaca dell’abbordaggio, però, l’attenzione dell’ex membro della spedizione si è concentrata sul rilancio immediato dell’iniziativa: “Noi continuiamo”, ha dichiarato ai cronisti presenti allo scalo, annunciando una fase di riorganizzazione finalizzata a proseguire la corsa verso Gaza. Una dichiarazione di intenti che arriva mentre i governi coinvolti (su tutti quello italiano, spagnolo e brasiliano) sono chiamati a prendere posizione tra le accuse di illegalità del blocco navale e le ragioni di sicurezza addotte da Israele.




