Budapest condanna attivisti, mentre l'opposizione si riorganizza
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Redazione Esteri
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La sentenza del tribunale di Budapest, che ha inflitto otto anni di reclusione a Maja T. e sette in contumacia a Gabriele Marchesi, ha riaperto un fronte giudiziario e politico di forte tensione. I due, insieme ad altri imputati, sono stati ritenuti colpevoli per le aggressioni avvenute nel febbraio 2023 durante una manifestazione a Budapest, episodi per i quali le autorità ungheresi parlano esplicitamente di “organizzazione criminale”. La condanna di Marchesi, peraltro, arriva nonostante i giudici della Corte d’Appello di Milano avessero già negato in precedenza la sua consegna all’Ungheria, elencando una serie di norme e pronunce a sostegno della decisione. Una divergenza tra sistemi giudiziari, questa, che alimenta le polemiche e offre nuovi argomenti a chi denuncia, senza mezzi termini, la natura “farsa” di certi procedimenti nel paese guidato da Viktor Orbán.
Le reazioni e il riassetto delle formazioni antagoniste
Le condanne, prevedibilmente, non hanno fatto che irrigidire le posizioni e riaccendere la mobilitazione negli ambienti antagonisti europei. Molti di essi, del resto, vedono in questi verdetti – come già accaduto nel caso di Ilaria Salis, poi liberata su cauzione ed eletta al Parlamento europeo – una strumentalizzazione politica del sistema penale. È in questo clima che, stando alle informazioni in possesso delle autorità, diversi gruppi legati all’estrema sinistra starebbero ridefinendo le proprie strategie e i propri network, cercando una risposta coordinata che superi i confini nazionali. Una parte di essi, italiani inclusi, sembra orientata verso forme di protesta più aggressive, con il concreto pericolo che si verifichino nuovi episodi di guerriglia urbana, sebbene le modalità e i tempi di tali eventuali azioni rimangano al momento oggetto di speculazione.
Il contesto politico ungherese e il peso delle elezioni
L’inasprimento della situazione non può essere disgiunto dal delicato momento politico che attraversa l’Ungheria. Le sentenze, infatti, sono state emesse a poche settimane da quelle che vengono descritte come le elezioni più importanti dell’“interminabile regime” di Orbán, un appuntamento elettorale cruciale per gli equilibri interni e per il rapporto con l’Unione Europea. In tale scenario, i processi agli attivisti stranieri assumono una valenza simbolica potente, trasformandosi in capitoli di una più ampia battaglia ideologica. Da una parte il governo magiaro rivendica la propria sovranità giudiziaria e la fermezza nel contrasto alla violenza, dall’altra le opposizioni, sia locali che internazionali, accusano Budapest di usare la legge per perseguitare gli avversari politici, creando un pericoloso precedente per la libertà di dissenso e per le garanzie processuali.
Il percorso giudiziario e le prospettive di ricorso
La vicenda, naturalmente, non si conclude con le condanne in primo grado. La difesa di Gabriele Marchesi, ad esempio, ha già annunciato che impugnerà il verdetto non appena saranno depositate le motivazioni integrali della sentenza, un passaggio tecnico ma essenziale per costruire un appello. Resta da vedere come si evolverà l’iter, considerando anche la pregressa decisione della magistratura italiana che ha già espresso forti perplessità sulle richieste ungheresi. Nel frattempo, la permanenza in carcere di Maja T. – detenuta a Budapest dal giugno dell’anno scorso – continua a fungere da potente catalizzatore per le proteste, mentre la presenza di Ilaria Salis nell’emiciclo di Strasburga garantisce che la questione mantenga una rilevanza politica europea, lontana dall’essere archiviata come un semplice caso di cronaca nera.




