Como in Europa ma con i conti in rosso, il nodo del Fair Play Finanziario attende la svolta di Nyon
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
La favola lariana, quella che vede il Como di Cesc Fabregas scalare posizioni in classifica con la disinvoltura di chi ha smarrito il senso del limite, rischia di scontrarsi con la realtà più algida dei numeri. Il quarto posto attuale, a ridosso delle posizioni che valgono l’accesso alla Champions League, rappresenta un traguardo sportivo di portata storica per una piazza che fino a ieri calcava palcoscenici ben diversi. Eppure, mentre la squadra esprime un calcio maturo e la proprietà degli Hartono continua a iniettare capitale senza soluzione di continuità, l’ombra delle regole UEFA si allunga sulle sponde del lago.
Il problema, evidentemente, non è il presente ma l’eventuale approdo in Europa. I bilanci del club raccontano di una crescita esponenziale sostenuta da investimenti massicci – si parla di una perdita nell’ultimo esercizio vicina ai 105 milioni di euro – che trovano la loro giustificazione nella solidità patrimoniale di una delle famiglie più ricche al mondo. Tuttavia, a Nyon non basta la garanzia di un azionista miliardario per chiudere un occhio. I parametri del Fair Play Finanziario, in particolare la Football Earnings Rule che impone un tetto alle perdite accumulabili in tre anni, rappresentano un’asticella che il Como ha già ampiamente superato. L’analisi dei conti rivela un divario impressionante: i costi della rosa, inclusi stipendi e ammortamenti, incidono per oltre il 200% sui ricavi, una forbice lontana anni luce dal limite del 70% imposto dalla Squad Cost Rule.
Ma se i numeri sembrano urlare un’incompatibilità con i paletti europei, la strategia della dirigenza, guidata dal presidente Mirwan Suwarso, sembra aver previsto il momento dello scontro. La prassi consolidata per club con ambizioni simili, già sperimentata da grandi del calcio continentale, prevede la sottoscrizione di un Settlement Agreement: un accordo che concede un triennio di tempo per rientrare nei parametri, in cambio di sanzioni pecuniarie e limitazioni alla lista dei giocatori iscrivibili alle coppe. Non si tratterebbe, quindi, di un’esclusione immediata, ma di un percorso a ostacoli che il club è chiamato a gestire.
A differenza di altre realtà che si sono trovate impreparate di fronte a questa burocrazia, il Como ha già cominciato a giocare d’anticipo. La strategia, come spiegato da Suwarso in diverse interviste, non si basa solo sull’aumento dei ricavi da stadio o sulla futura vendita del brand, ma sulla valorizzazione esponenziale del parco giocatori. In questo senso, il lavoro di Fabregas, spesso descritto come un “workaholic” capace di studiare avversari nel cuore della notte, ha un risvolto economico: l’incremento del valore della rosa, che ha toccato quota 328 milioni di euro, è il lasciapassare per future plusvalenze. È una ricchezza ancora “congelata” sui libri contabili, ma pronta a essere sbloccata nel momento del bisogno per sanare il disavanzo.
Il peso delle parole di Fabregas tra pressione social e visione tecnica
Mentre la società lavora al miracolo finanziario, l’allenatore spagnolo continua a fare da parafulmine tecnico e mediatico. Al termine dell’ultima goleada inflitta al Pisa, Fabregas ha deviato il discorso dal campo a un tema più ampio, lanciando un affondo contro l’impatto tossico dei social network. “Stanno ammazzando tantissima gente, il talento, il carattere”, ha detto il tecnico, sottolineando come i giovani calciatori – persone diverse che “hanno bisogno un po’ più di amore” – rischino di essere schiacciati da una pressione che va oltre la prestazione sportiva.
Un’analisi che, letta in controluce, restituisce l’idea di un ambiente costruito per proteggere il gruppo. Fabregas ha rivendicato il diritto all’errore (“se faccio un errore è colpa mia”), scaricando su di sé le responsabilità per lasciare ai suoi giocatori la libertà di esprimersi senza il timore del giudizio immediato. Una dichiarazione che fa il paio con quella rilasciata nei giorni scorsi dal presidente Suwarso, il quale ha ribadito che in società non si fissano obiettivi di classifica vincolanti, lasciando alla squadra e al suo tecnico il compito di decidere “fino a dove spingersi”. La priorità, ha aggiunto, rimane il raggiungimento della redditività nel minor tempo possibile, una meta che precede qualsiasi pronostico.
Il progetto a lungo termine e l’eredità di una guida tecnica
Se il presente parla di investimenti e di un gioco che convince, il futuro del progetto passa anche per la gestione dell’inevitabile transizione. La figura di Fabregas, infatti, è così centrale che la proprietà ha già abbozzato un piano per il giorno in cui l’ex centrocampista dovesse decidere di intraprendere nuove strade. Suwarso, con un realismo che non cela l’ambizione, ha ammesso che sarebbe “da stupidi” pensare che un giorno il tecnico non possa finire su panchine di club come Arsenal, Barcellona o Chelsea.
In previsione di uno scenario simile, e considerando il ruolo dirigenziale che Fabregas ricopre all’interno del consiglio di calcio del club, è stato stabilito che sarà proprio lui, al momento dell’addio, ad avere la responsabilità di scegliere il suo successore. Una gestione che testimonia la volontà di srare l’istituzione dalla singola personalità, assicurando una continuità di indirizzo tecnico indipendentemente dagli sviluppi futuri. Anche l’eventuale cessione di Nico Paz, altro asset di inestimabile valore la cui opzione di riacquisto è in mano al Real Madrid, viene affrontata con la stessa filosofia: si pianifica già la sostituzione, consapevoli che il meccanismo avviato è più grande dei singoli interpreti. La strada verso l’Europa, insomma, è lastricata di ambizioni ma anche di clausole, accordi e conti da mettere in riga.




