Cronaca a due velocità: la privacy che scompare quando si parla di bambini o di fatti di sangue

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre l'Europa discute di regolamenti stringenti, a volte percepiti come vessatori nel loro impatto quotidiano, per arginare il flusso dei dati personali verso le multinazionali digitali, si registra un paradosso che non sfugge all'occhio attento. La stessa riservatezza, invocata a gran voce e difesa con normative complesse, sembra dissolversi, come per incanto, quando l'attenzione dei media si sposta su vicende che coinvolgono minori o su episodi di cronaca nera di forte impatto emotivo. È successo, per citare un caso recente, con i figli della cosiddetta "famiglia del bosco", le cui immagini e le cui vicende personali sono state esposte al pubblico scrutinio per giorni, senza alcun filtro, finendo per rivelare, a chiunque seguisse la storia, particolari intimi sulle loro esistenze. Una copertura mediatica, quella, che ha scavato a fondo, mostrandone persino i ritardi cognitivi e le difficoltà, in un'esibizione che ha posto interrogativi non marginali sui confini tra diritto di cronaca e diritto all'oblio, soprattutto per chi non ha gli strumenti per comprendere quell'esposizione.

Il doppio binario della riservatezza

Questo trattamento differenziato, che alcuni osservatori definiscono incoerente, crea di fatto un doppio standard difficile da conciliare con i principi generali. Da un lato, si erigono barriere tecniche e legali per proteggere l'utente durante la navigazione sul web, obbligando a scelte spesso macchinose sui cookie; dall'altro, si aprono varchi nella sfera privata degli individui quando le storie assumono una certa coloritura, trovando una giustificazione nella curiosità pubblica, se non nel morboso sensazionalismo. La narrazione pubblica, in questi frangenti, tende a legittimare la penetrazione nella vita delle persone, trasformando tragedie private in spettacolo collettivo e minori in personaggi non consenzienti di una realtà che li travolge. Una dinamica, questa, che rischia di normalizzare la violazione della privacy quando essa riguarda categorie percepite come "interessanti" per il dibattito pubblico o per l'audience.

Il caso di Crans-Montana e la sovraesposizione mediatica

Un meccanismo analogo, seppur con declinazioni diverse, sembra ripetersi in queste settimane attorno alla strage di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove l'indagine della Procura del Vallese procede a ritmo serrato. Gli inquirenti stanno passando al setaccio ogni aspetto della vita e degli affari dei proprietari del locale "Constellation", i coniugi Jacques Moretti e Jessica Maric. Delle loro società, in cui compaiono come titolari al cinquanta per cento, si sa ormai molto; del passato giudiziario di lui, che annovera un coinvolgimento in un'inchiesta per sfruttamento della prostituzione e una condanna per reati gravi, si discute pubblicamente. La cronaca, inevitabilmente, si espande oltre il fatto di sangue in sé, per abbracciare l'intero contesto imprenditoriale e personale, esaminando la gestione della sicurezza, le licenze, l'ascesa nel mondo della ristorazione e della nightlife.

L'indagine e i nuovi elementi probatori

Alle indagini, che si concentrano sulle responsabilità della coppia, si aggiungono nuovi elementi, come i filmati delle telecamere di sorveglianza che avrebbero ripreso Jessica Maric mentre lasciava il bar in fiamme. Alcuni, riferiscono le fonti investigative, parlano di una fuga "con la cassa", mentre il figlio della coppia, descritto come "capo staff", sarebbe scappato infrangendo le vetrate della terrazza. Sono dettagli, questi, che la Procura valuta con attenzione, pezzi di un mosaico che cerca di ricostruire le dinamiche di quella notte e la condotta dei proprietari durante l'emergenza. L'obiettivo degli inquirenti è comprendere, al di là delle imputazioni specifiche, l'intera catena degli eventi e delle eventuali negligenze, senza tralasciare alcun aspetto della complessa vicenda.

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