New York, ordigni vicino casa del sindaco Mamdani: l'Fbi indaga per terrorismo dopo l'ammissione di due fermati sull'Isis
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Redazione Esteri
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La tensione che si era accumulata per ore, nell'aria umida di Manhattan, si è infine cristallizzata in un dato investigativo di una gravità inaudita. Non si è trattato, come qualcuno nelle prime battute aveva potuto sperare, di un atto di vandalismo finito male o di una provocazione estemporanea. I due ordigni lanciati e poi rinvenuti nelle vicinanze di Gracie Mansion, la residenza ufficiale del sindaco Zohran Mamdani – il primo cittadino musulmano della città –, erano dispositivi esplosivi improvvisati, progettati per uccidere. La conferma, gelida e burocratica, è arrivata dalla capo della polizia newyorkese, Jessica Tisch: l'oggetto scagliato durante una manifestazione, quello che aveva sprigionato fumo e fiamme prima di spegnersi a pochi metri dagli agenti, non era un semplice fumogeno. Conteneva dadi, bulloni e viti, una miscela artigianale di metallo e polvere da sparo pensata per trasformarsi in shrapnel letale una volta innescata.
L'episodio, che avrebbe potuto facilmente trasformarsi in una strage, si è consumato sabato sull'Upper East Side, dove l’attivista di estrema destra Jake Lang – figura già nota per il suo passato legato all'assalto al Campidoglio del 6 gennaio e recentemente graziato – aveva indetto una protesta dal Titolo inequivocabile: “Stop the Islamic Takeover of New York City”. Un appello che, di fatto, mirava a trasformare il sagrato davanti alla casa del sindaco in un palcoscenico dell’intolleranza. Alla manifestazione, scarsamente partecipata con una ventina di sostenitori, si è contrapposta una folla ben più nutrita di contro-manifestanti, circa 120 persone secondo le stime della polizia, e in quel crogiuolo di rabbia opposta che la polizia cercava di tenere separato, un diciottenne, Emir Balat, ha estratto un ordigno, l'ha acceso e lo ha lanciato. Il dispositivo, poi esaminato dagli artificieri, è stato definito dalla stessa Tisch come un oggetto che “avrebbe potuto causare gravi lesioni o la morte”, un ordigno paragonabile per fattura a quelli utilizzati anni fa all'attentato della maratona di Boston.
Un secondo ordigno, l'ombra dell'Isis e un'auto parcheggiata sotto sequestro
La dinamica, ricostruita dagli investigatori, rivela una premeditazione che va ben oltre la rissa da corteo. Subito dopo il lancio, Balat – che secondo testimoni avrebbe gridato “Allah Akbar” -6 – si sarebbe rivolto a un complice, Ibrahim Nikk (o Kayumi, a seconda delle fonti), di 19 anni, ricevendo da questi un secondo dispositivo. Nel passaggio, però, l'oggetto è caduto a terra e non è esploso. Entrambi sono stati arrestati poco dopo, ma la loro cattura ha aperto uno scenario investigativo che ha subito portato al coinvolgimento delle autorità federali. L'Fbi, attraverso la Joint Terrorism Task Force, ha assunto la guida delle indagini e, nelle concitate ore successive, gli elementi raccolti hanno iniziato a delineare un quadro di radicalizzazione che ha fatto scattare l'allarme terrorismo. Due dei fermati, infatti, nel corso dei primi interrogatori avrebbero ammesso senza troppi giri di parole di essersi ispirati all'Isis, una dichiarazione che ha immediatamente proiettato il caso in una dimensione diversa, ben più ampia di quella di un semplice scontro tra opposte fazioni politiche.
Nel frattempo, mentre gli agenti scandagliavano la zona, la scoperta di un'auto parcheggiata in East End Avenue ha aggiunto ulteriore concretezza ai timori. All'interno del veicolo, che le indagini hanno ricondotto ai due sospettati provenienti dalla Pennsylvania, è stato individuato un secondo dispositivo sospetto. A quel punto, la polizia ha fatto sgomberare alcuni edifici limitrofi e ha chiuso le strade, creando un perimetro di sicurezza mentre gli artificieri, con l'ausilio di robot, mettevano in sicurezza l'area e rimuovevano l'ordigno per le analisi del caso. La sensazione, per chi era sul posto, era quella di trovarsi in una situazione fuori controllo, con la paura che non si trattasse di un episodio isolato ma di qualcosa di più articolato.
La reazione del sindaco e la caccia ad altri possibili complici
Zohran Mamdani, che al momento del lancio del primo ordigno si trovava all'interno di Gracie Mansion insieme alla moglie, ha rotto il silenzio con parole che miravano a ricucire lo strappo, ma senza nascondere la gravità di quanto accaduto. Ha definito la protesta indetta da Lang come un atto “radicato nel bigottismo e nel razzismo”, ma la sua condanna più dura l'ha riservata per l'azione violenta dei due giovani fermati. “La violenza durante una protesta non è mai accettabile”, ha dichiarato, “il tentativo di usare un ordigno esplosivo e ferire altre persone non è solo criminale, è riprovevole e l'antitesi di ciò che siamo”. Un tentativo, il suo, di riaffermare l'identità civile di una città che si trova ora a fare i conti con una minaccia ibrida: quella dell'estremismo di destra, rappresentato dall'organizzatore della protesta, e quella del terrorismo di matrice islamista, incarnata dagli esecutori materiali del lancio.
Le indagini, coordinate a tutto campo, si stanno ora concentrando sulla rete di relazioni dei due fermati e su eventuali altri complici che potrebbero aver fornito supporto logistico o materiale per la costruzione degli ordigni. L'ipotesi che i due giovani, partiti dalla Pennsylvania, avessero pianificato un'azione coordinata è al vaglio degli inquirenti, così come lo è la possibilità che vi siano altre celle dormienti o individui pronti a emulare il gesto. Le accuse formali per i due sospettati sono ancora in via di definizione, ma il riferimento all'Isis e la natura potenzialmente letale dei dispositivi fanno propendere per capi d'imputazione che potrebbero portarli a passare il resto della loro vita in un carcere di massima sicurezza.




