Le Borse europee respirano con il calo del petrolio, ma le parole di Trump restano un'arma a doppio taglio per i mercati
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Redazione Economia
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C'è voluta una seduta intera, quella di martedì, per vedere i listini del Vecchio Continente tornare a tingersi di verde in modo così netto, dopo giorni di tensioni e fughe dagli indici azionari. Il motivo principale di questo ritrovato ottimismo, per quanto cauto e forse persino precario, risiede in un duplice fattore: da una parte il deciso arretramento del prezzo del petrolio, che ha visto il Brent scivolare sotto la soglia psicologica dei 90 dollari al barile dopo aver sfiorato i 120 dollari nelle ore immediatamente successive all'escalation in Medio Oriente; dall'altra, le dichiarazioni, seppur contraddittorie, del presidente americano Donald Trump, il quale ha lasciato intendere che la guerra contro l'Iran potrebbe concludersi prima del previsto. Gli indici, si sono mossi per l'intera giornata in territorio ampiamente positivo, con Piazza Affari che ha letteralmente svettato: il Ftse Mib ha messo a segno un poderoso +2,6%, chiudendo a 45.201,69 punti e registrando la migliore performance dall'aprile del 2025. Bene anche le altre piazze europee, con Francoforte che ha guadagnato il 2,4%, Parigi l'1,79% e Londra l'1,6%, in un clima di diffuso sollievo che, tuttavia, non ha del tutto spazzato via le nubi all'orizzonte.
Il prezzo del greggio si raffredda, banche e tecnologia guidano i rialzi a Piazza Affari
Il motore principale di questo rimbalzo, va detto, è stata la brusca inversione di tendenza delle materie prime energetiche. Il petrolio, dopo la fiammata della settimana precedente innescata dall'attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all'Iran, ha visto il Brent ridimensionarsi pesantemente intorno agli 88 dollari, con un calo vicino al 10%, e il Wti seguire a ruota sotto gli 86 dollari. Contestualmente, anche il prezzo del gas naturale è arretrato in modo significativo, attestandosi intorno ai 47 euro al megawattora, con un calo del 16% che ha contribuito ad allentare la morsa sui costi energetici delle imprese. A Piazza Affari, la conseguenza più evidente di questo scenario è stata la netta divaricazione tra i settori: se da un lato i titoli energetici, che avevano retto bene nei giorni precedenti proprio grazie al caro-greggio, hanno ceduto il passo (con Eni in calo di oltre un punto percentuale), dall'altro hanno letteralmente brillato i bancari e i titoli tecnologici. Il rally degli istituti di credito è stato il vero protagonista della seduta milanese, con Mediobanca e Mps in rialzo rispettivamente del 4,3% e del 4,2% in una giornata cruciale per i loro consigli di amministrazione, chiamati a gestire complesse questioni societarie in attesa di sviluppi a mercati chiusi. Ottime performance anche per il risparmio gestito, con Mediolanum, Fineco e Azimut che hanno registrato incrementi consistenti, quest'ultima sostenuta peraltro dai positivi dati sulla raccolta di febbraio.
Il G7 e l'ipotesi riserve strategiche: una mossa da 400 milioni di barili per calmierare i prezzi
A raffreddare le quotazioni del greggio, oltre alle parole di Trump, ha contribuito in maniera determinante la mossa annunciata dai Paesi del G7 e dall'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE). I ministri dell'Energia del gruppo, riunitisi d'emergenza, hanno aperto alla possibilità di un rilascio coordinato e massiccio delle riserve strategiche di petrolio, un'arma estrema utilizzata solo poche volte nella storia per far fronte a shock improvvisi dell'offerta. Si parla di una messa a disposizione di circa 400 milioni di barili, provenienti dagli stock dei 32 paesi membri dell'AIE che complessivamente detengono riserve per circa 1,2 miliardi di barili. L'obiettivo dichiarato è quello di compensare, almeno in parte, il deficit di offerta creato dal blocco virtuale dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e che le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno minacciato di chiudere alle petroliere di Stati Uniti e Israele. Sebbene la decisione finale non sia stata ancora formalizzata e alcuni paesi, come il Giappone, stiano pensando di muoversi in ordine sparso con iniziative autonome, la semplice prospettiva di un immissione straordinaria di greggio sul mercato ha avuto l'effetto di spegnere la fiammata speculativa, riportando i future sul barile a livelli più gestibili.
Le ambiguità della Casa Bianca: tra "guerra finita" e nuove minacce di "raid pesanti"
Tuttavia, a gettare un'ombra di incertezza su questa tregua dei mercati finanziari ci hanno pensato le stesse parole di Donald Trump, la cui comunicazione altalenante ha mostrato ancora una volta il suo doppio taglio. Se in un primo momento, in un'intervista telefonica alla Cbs, il presidente aveva dichiarato che la guerra "è praticamente completata" e che si è "molto in anticipo rispetto ai programmi" di 4-5 settimane, poche ore dopo, incontrando i giornalisti, ha cambiato radicalmente registro. Alla domanda se il conflitto sarebbe finito entro la settimana, Trump ha risposto con un secco "No", limitandosi a dire "presto, molto presto". Ma la cosa che ha maggiormente allarmato gli operatori è stata la successiva minaccia di un'escalation: "Li colpiremo così duramente che non sarà possibile per loro recuperare mai quella parte del mondo", ha tuonato il presidente, aggiungendo che l'attacco statunitense "potrebbe diventare ancora più aggressivo" se i leader iraniani tenteranno di interrompere l'approvvigionamento energetico mondiale. Parole che hanno trovato una drammatica conferma nelle dichiarazioni del segretario alla Difesa, Pete Hegseth, il quale ha annunciato raid "sempre più pesanti" fino alla "sconfitta completa del nemico", creando un cortocircuito comunicativo che rende la tregua sui prezzi del greggio e sul sentiment delle borse quanto mai fragile e dipendente da ogni singola tweet o dichiarazione proveniente dallo Studio Ovale.




