Valditara rilancia il fronte anti-social: "Favorevole al divieto per gli under 16 come nel Regno Unito"
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Redazione Esteri
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Il dibattito intorno all'opportunità di limitare l'accesso dei minori ai social network si arricchisce di un nuovo, significativo intervento, destinato a infiammare il confronto politico e pedagogico nel nostro paese. Il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha espresso con chiarezza il proprio orientamento, dichiarandosi favorevole a un divieto per i ragazzi al di sotto dei sedici anni, ricalcando la scelta recentemente annunciata dal governo del Regno Unito.
Nel corso di un convegno al Senato, il ministro ha motivato la sua posizione richiamandosi a quelle che ha definito "un fior di studi scientifici" che dimostrerebbero l'impatto negativo delle piattaforme digitali e del web sulla crescita psicologica e cognitiva dei giovanissimi, sottolineando come il problema della dipendenza sia ormai sotto gli occhi di tutti.
La presa di posizione di Valditara si inserisce in un movimento internazionale che sta prendendo sempre più piede, con l'Australia che ha già fatto da apripista e il premier britannico Keir Starmer che ha annunciato l'intenzione di introdurre una legge entro l'anno. Sebbene il ministro abbia auspicato una rapida approvazione del disegno di legge attualmente fermo al Senato, la sua dichiarazione è tutt'altro che isolata e arriva in un momento di crescente allarme sociale, anche se dall'altra parte della barricata non mancano le voci critiche.
Tra queste, emerge con forza quella di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, che ha definito la proposta "quasi scandalosa", bollandola come uno "spot elettorale" irrealizzabile e suggerendo, quasi per paradosso, che se si volesse agire con coerenza, si dovrebbero chiudere i social a tutti, dagli zero agli ottant'anni.
La posizione di Harry e Meghan e il parere degli esperti
Mentre la politica italiana sembra orientata a seguire la scia del Regno Unito, il dibattito si arricchisce di spunti interessanti provenienti anche dal fronte internazionale, dove il principe Harry e Meghan Markle hanno accolto con favore l'annuncio del governo britannico.
La loro dichiarazione, però, non si limita a un semplice plauso formale: i duchi di Sussex hanno sottolineato come la vera sfida rimanga quella di obbligare le piattaforme a farsi carico della sicurezza dei minori dalla progettazione, spostando l'attenzione dalla responsabilità esclusiva dei genitori a quella, ben più ampia, delle multinazionali tecnologiche.
Tornando al fronte interno, la critica di Lancini non si ferma alla mera inapplicabilità pratica della norma. Lo psicologo, che ha più volte messo in guardia contro la demonizzazione della tecnologia, sostiene che il divieto rischi di trasformarsi in uno strumento per lavare la coscienza degli adulti, evitando di affrontare le vere cause del disagio giovanile, che andrebbero ricercate in una società incapace di offrire prospettive e di essere significativa per i propri figli.
La sua posizione, per certi versi radicale, mette in discussione l'efficacia di un provvedimento che, a suo avviso, non solo sarebbe aggirato con facilità, ma finirebbe per minare ulteriormente la credibilità degli adulti agli occhi delle nuove generazioni, già fragili e in cerca di punti di riferimento.
Il ministro Valditara, dal canto suo, rivendica la necessità di un intervento deciso, forse memore anche delle iniziative promosse dal suo dicastero per rendere le scuole "ambienti smartphone-free" e dell'attenzione verso l'educazione civica digitale.
Tuttavia, il dato politico più significativo rimane lo stallo legislativo: nonostante un disegno di legge bipartisan esista da tempo e abbia ricevuto il via libera tecnico dalla Commissione europea, il testo è fermo in commissione al Senato, mentre altri paesi accelerano verso soluzioni normative che, al di là delle opinioni, rappresentano un cambio di paradigma culturale.
Un fronte internazionale e uno stallo italiano
L'Italia, in questo senso, rischia di restare indietro. La proposta di legge n. 1136, che prevede il divieto per i minori di quindici anni e l'introduzione di un "mini-portafoglio" elettronico per la verifica dell'età, giace in Parlamento da oltre un anno, mentre il governo starebbe valutando strade alternative con sistemi di controllo meno invasivi.
Di fronte all'esempio di nazioni come l'Australia e lo stesso Regno Unito, che hanno deciso di rompere gli indugi, il nostro paese sembra ancora impantanato in un dibattito che rischia di diventare retorico, dividendo l'opinione pubblica tra fautori del proibizionismo tecnologico e sostenitori di un approccio più liberale, incentrato sull'educazione piuttosto che sul divieto.
A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge la riflessione di chi, come Lancini, invoca un cambio di passo radicale: se davvero si vuole proteggere i ragazzi, bisognerebbe partire dal ricostruire una società che li accolga e che offra loro spazi di socializzazione reali, piuttosto che limitarsi a negare loro uno strumento che, per quanto pericoloso, è ormai parte integrante della loro esistenza.
Il rischio concreto, paventato dallo psicoterapeuta, è che un divieto calato dall'alto possa rivelarsi una scorciatoia, un modo per non guardare in faccia le vere emergenze educative e sociali che affliggono le nuove generazioni, lasciando intatto il problema della solitudine e dell'isolamento che trovano nei social un rifugio, se non una causa.




